Su fine agosto e sull’arte di sognare

Un po’ per caso questa settimana è nata all’insegna dei sogni.

E’ ancora agosto: e anche se ho già ripreso il solito tran tran sento ancora sulla pelle la lentezza dell’estate e, a dirla tutta, sono restia a separamene: parla di vacanza, di natura, di silenzio. Parla, appunto, di sogni. Anche la luna piena di questi giorni, incredibilmente grande, rossastra, incantata, sembra invitare ai sognare.

Il sogno è l’infinita ombra del Vero.

(Giovanni Pascoli)

Godiamoci allora le prime ombre lunghe delle sere di fine agosto, sature di estate e preludio di autunno, prima di farci prendere dall’ansia dei buoni propositi settembrini… di cui avremo modo di parlare. Dal prossimo post sarò più pratica, promesso ☺️

Si apre con questo articolo una nuova rubrica del blog (un piccolo sogno da realizzare?), che parlerà di libri, racconti e poesie. O meglio si parlerà poco e si ascolterà molto, come si conviene, del resto a un sito che nel counseling (e quindi nell’ascolto) vuole avere il suo fulcro. E mi piacerebbe molto, quindi, dare spazio alle vostre voci. Sapere che cosa ne pensate dei brani che vi proporrò, non tanto sull’aspetto letterario, piuttosto sulle emozioni, sulle sensazioni sulle reazioni, positive o negative, che vi susciteranno. Mi piacerebbe, magari, anche pubblicare pezzi vostri… mi aiuterete? Per me è importante e, insieme, potremmo creare qualcosa di piacevole: un altro piccolo pezzetto di felicità.

Inizio con un piccolo racconto a cui per certi versi sono molto legata. E’ di fantasia, certo, di sicuro è un mio sogno.

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Il venditore di sogni.

Mi alzo come al solito ogni mattina e sorrido.

Adoro il mio lavoro, per me ogni alba è una soddisfazione. 

Come ogni sera, del resto. 

Mi siedo lì, sullo scalino di casa mia, un bicchiere di buon vino, una sigaretta, la musica del vento, e guardo in cielo la luna e le stelle. A loro racconto la mia giornata. Poi svolgo il pacchettino che ho confezionato pian piano durante il giorno e lo spedisco su. Lo guardo salire a poco a poco, disfacendosi dolcemente, sfilandosi a poco a poco. Lo osservo mentre diventa sempre più sottile ed evanescente, fino a diventare poco più consistente di un filo di fumo, fino a scomparire da qualche parte, non ho ancora ben capito dove, lassù, nell’universo.

Poi posso finire la giornata, spengo un po’ la luna, non troppo, e mi addormento.

Di mestiere faccio il Venditore di Sogni.

Credete sia facile?

Niente affatto.

C’è più diffidenza nei miei confronti che in un venditore porta a porta di enciclopedie passate di moda o di aspirapolveri o di truffe.

Prendete la divisa che mi tocca indossare, per esempio.

Il “Regolamento per il Perfetto Venditore di Sogni” prevede calzettoni a righe bianche e rosse, brache bianche al ginocchio e una giacca rossa con alamari dorati. Consigliati capelli impomatati e baffi all’insù. Ora, ditemi voi se ad andare in giro agghindati così non si rischia di sembrare un pochino ridicolo. Specialmente se si deve girare con il piccolo carro regolamentare, che assomiglia molto ai carretti dei gelati che si vedono talvolta dipinti sui libri di fiabe vecchio stile.

E poi, non è mica facile trovare i clienti giusti.

Prima di tutto devono essere speciali. Devono crederci, nei sogni. Devono volerli. Con il cuore e con l’anima. 

Vedete quel signore là? Lui sogna di vendicarsi di un torto subito. Non posso certo regalarglielo, quel sogno, non credete? Certi colleghi lo fanno, ma io no. Io preferisco sogni gentili, garbati, forti e intensi, passionali ma buoni. Cosa ci volete fare. Sono fatto così. Non diventerò mai ricco, lo so, ma non posso farci niente. Sono fatto così.

E quella bambina? Sta giocando felice sulla piazza, creando bolle di sapone, correndo, ridendo, ogni tanto guarda di soppiatto la sua mamma e sorride. Ecco, sapete, lei non sarà mai una buona cliente. Lei i sogni li ha già. 

La sua mamma, piuttosto. Siede sul muretto che circonda un’aiuola, sulla piazza, e guarda sua figlia con gioia mista a orgoglio, come solo le mamme sanno fare. Ma il suo cuore non è felice. Di sottecchi sta osservando un uomo, seduto su una panchina a pochi passi da lei. Anzi, da qui posso vedere la sua mente che febbrilmente sta cercando di calcolare quanti sono, quei passi che la separano da lui. Cinque? Sei? Ma che importanza ha, sta pensando, a volte pochi metri equivalgono a migliaia di chilometri. L’uomo si sta asciugando una lacrima e lei vorrebbe asciugarla con un bacio, ma non può. Vorrebbe abbracciarlo stretto stretto, ma non può. Vorrebbe stringerlo a sé e amarlo, ma non può. E deve stare seduta lì, su quel muretto, tra bolle di sapone che volano alte come i suoi sogni.

Anche loro non saranno mai buoni clienti.

Sognano già.

Perché?

Perché sanno sognare, ecco tutto. Perché sono miei vecchi clienti! Ci credete se vi dico che fino a poco tempo avevano quasi rinunciato a sognare? Poi mi hanno incrociato per caso, e invece di ridere e tirare dritto si sono avvicinati e, timidamente, un po’ diffidenti, sottovoce, per non farsi sentire dall’altra gente mi hanno chiesto: “Scusi, quanto costa un sogno?”

E hanno avuto il coraggio di pagare tutto il prezzo! Sì, davvero, giuro, è proprio così! E allora una sera ho svolto il pacchetto contenente i loro desideri e l’ho guardato salire al cielo, verso la luna, come un filo argentato. E i due fili si sono intrecciati come per magia, così anche i loro sogni si sono uniti. E si sono trovati a sognare insieme.

Pagando il prezzo richiesto, per intero, niente sconti (su questo sono piuttosto categorico: niente sconti, niente credito).

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Perché un sogno non ha prezzo.

O forse, ha un prezzo altissimo.Quanto?

Crederci sempre, e non lasciarlo svanire.

E ora scusate, mi devo spostare con il mio carrettino, sta arrivando il vigile, non vorrei prendere la multa – si vede che è uno che non sa sognare. Certo mi piacerebbe vendergli un sogno… quando ci riesco in questi casi, credetemi, è una soddisfazione enorme.

Ma no, capisco che non è giornata.

E allora riprendo il mio cammino.

“Sogni, sogni belli! Venghino, signori, venghino, vendo sogni……. sogni belli, sogni!”.

E.T

Avete mai incontrato un “venditore di sogni?” State attenti a ciò che vi circonda: il suo carretto può essere ovunque ☺️

Del resto, Tutti abbiamo un sogno, anche se a volte è nascosto.

Bisogna però saperne pagare il prezzo.

Crederci, e non lasciarlo svanire.

Siete disposti a farlo?

 

Elena

Come scorre la tua energia?

Ci sono attività che, anche se fisicamente o mentalmente stancanti, in realtà ci riempiono di energia. Altre, magari anche meno impegnative, ci fanno sentire spossati e senza forze.

Prendi ad esempio quando pratichi uno sport che ti piace, o quando fai un lavoro che ti piace: non ti accorgi del tempo che passa e anche se ti stanchi molto, alla fine ci si sente soddisfatti  e “carichi”. Pensa invece quando passi il giorno a compilare i modelli per le tasse, a fare la fila in posta, a discutere con clienti molesti o con la suocera.. capito ora che cosa intendo? Non sono attività fisicamente o mentalmente stancanti, ma quanto dispendio di energia comportano?

Nelle nostre giornate è praticamente impossibile fare solo ciò che ci sembra leggero, piacevole, appassionante e che rande fluida e viva la nostra energia… la nostra è vita è fatta anche da impegni o eventi che eviteremmo volentieri, routine antipatiche, ostacoli: è inevitabile. Però quando le attività “pesanti” prendono il sopravvento, si arriva a sera stanchi, nervosi, frustrati,; avete presente quando si ha l’impressione di non aver combinato niente pur avendo corso tutto il giorno? 

Per fortuna è possibile fare qualcosa per cercare di migliorare la situazione. Vediamo come:

  • Prova  a scrivere un elenco delle normali attività di una tua giornata, poi classificale in “azioni energizzanti” e “azioni svuota-energia”. Da che parte pende la bilancia?
  • Analizza poi le tue azioni “svuota-energia”: quante sono effettivamente utili o necessarie e di quante invece potresti fare a meno (ti stupirà scoprire di quanto possiamo alleggerire  il nostro carico di cose da fare!)  Includi in queste anche quelle azioni che ti fanno sentire impegnata mentre in realtà ti fanno soltanto perdere tempo  (un esempio? passare troppo tempo sul web o davanti alla tv senza nemmeno troppo interesse per  ciò che ci scorre davanti agli occhi, tanto per dirne una).
  • Prova a chiederti infine dove la tua energia vorrebbe incanalarsi. Che cosa potrebbe dare un nuovo vigore, ravvivare la tua vita?  Non è necessario pensare subito a grandi cambiamenti, potrebbe essere sufficiente dedicarsi a un hobby, prendere tempo per una passeggiata, programmare un viaggio… 

E infine un piccolo esercizio  – molto piacevole, prometto! Non riuscirete a dire di no 🙂

Per una settimana impegnamoci  a chiudere la giornata dedicando anche solo 15 minuti di tempo a qualcosa che ci piace, ci rasserena e ci fa stare bene: una passeggiata, ascoltare musica, leggere un romanzo, ballare… concludiamo con un momento di silenzio, con qualche minuto dedicato al nostro respiro. Lasciamolo fluire, pieno, profondo, concentriamoci sull’aria che entra e che esce. Per qualche minuto, restiamo in ascolto.

Senti l’energia scorrere fluida?

Anche questo contribuisce a costruire la nostra felicità (e fa bene all’anima

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“L’acqua della fonte resta fresca e rinfrescante solo se continua a scorrere. In caso contrario diventa insipida e perde la sua forza. sorgente vuole sgorgare dentro di te, ma vuole anche scorrere via, raggiungere gli altri.”

(Anselm Grün – Cosa fa bene all’anima)

Meglio donne che dee!

Giovedì 7 giugno 2018, ore 18:45 (ieri, ora che scrivo)

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Una stanza vuota può essere piena: di emozione, di attesa, di lavoro, delle persone che, di li a  poco, la riempiranno materialmente.

Le foto di questa pagina testimoniano un’attesa:  pochi minuti all’inizio di una nuova avventura.

Ho il piacere di collaborare con la mia amica Cecilia Tagliabue in due incontri di consapevolezza , prendendo spunto dalla mitologia greca, in particolare dalle dee greche.

Ieri sera  è stato il turno delle dee “vulnerabili”: Era, Demetra, Persefone e, con  esse, abbiamo esplorato il ruolo di madri, mogli e figlie (per scoprire che, forse, donna è meglio che dea 🙂 )

Un argomento appassionante (e anche divertente!) un gruppo di 7 meravigliose donne e 1 coraggiosissimo uomo, un emozionante viaggio alla ricerca di sé stessi, delle proprie risorse, delle proprie infinite possibilità, con un piccolo excursus anche nei meandri del nostro respiro, ovviamente :-D. Due ora letteralmente “volate”, con profondità e leggerezza.

Settimana prossima (giovedì 14 giugno) affronteremo le dee vergini (Atena, Artemide e Estia) e la dea per eccellenza, Afrodite.

E, a richiesta, a settembre si replica!

 

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Se vi ho incuriosito e volete saperne di più, contattatemi:

bottegafelicitacounseling@outlook.it

 

Vi aspettiamo con gioia!

Elena & Cecilia

 

Accettazione o Rassegnazione? Se si tratta di scegliere…

La vita è difficile.

Ehi, che notiziona! Si doveva proprio leggerlo, per scoprirlo… 😎

Di problemi ce n’è davvero per tutti.

A volte sono situazioni “esterne”, su cui abbiamo poco margine di intervento: una malattia, nostra o di un nostro caro, un lutto, un licenziamento… 

In molti altri casi invece si tratta di problemi che  magari hanno origine da un evento esterno, ma che sono poi ingigantiti dal nostro modo di pensare: “mi ha lasciato perché non valgo niente” “Non sono mai capace di combinare qualcosa di utile” “ Non troverò mai un compagno perchè sono troppo  bella/brutta/magra/grassa/scema/intelligente…” (eh sì, siamo davvero abili a complicarci l’esistenza).

E può capitare che, quando ci stiamo crogiolando tranquilli nel nostro mare di m… ehm, di molti problemi, pensando che la vita è uno schifo, che noi siamo terribili, che non se verrà mai fuori, che niente cambierà mai (a ciascuno la sua lamentela preferita), arriva lo pseudo guru di turno a dirci che dobbiamo “accettare”.

Col cavolo, viene da dire, o per lo meno è quello che è venuto in mente a me  quando, per la prima volta, mi è stato proposto di “accettare”. Ma come, ho pensato, sono arrivata a questo punto per cambiare le cose, per migliorare la mia vita, per migliorare me stessa e mi si sta dicendo che devo accettare??? Scherziamo?? Per me è stato un concetto davvero difficile da digerire. Anche perché mi sono scontrata con un mio pensiero un po’ distorto, ovvero che accettazione fosse in definitiva un sinonimo di rassegnazione. Concetto che mi ha sempre infastidito parecchio, forse perché hanno cercato in molti di inculcarmelo in mente, ma è uno stile di vita che non mi è mai appartenuto.

E’ solo quando ho capito che si tratta di due concetti ben diversi che ho iniziato a considerare l’idea di accettazione (della vita e dei suoi problemi, ma soprattutto di me stessa) come un inizio per creare quel miglioramento che andavo cercando.

Che siano due concetti diversi si comprende già dal loro dal significato intrinseco:

Rassegnazione è (e qui copio dal dizionario): “Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere: soffrire, patire con santa, eroica rassegnazione;(AMEN – n,d,a))

o ancora: 

“la disposizione, considerata virtuosa, di chi si adegua consapevolmente a uno stato di dolore o di sventura”.

Penso che sia sufficiente la definizione per capire che NON è certo questo che vogliamo per noi e per la nostra vita, (nonostante a una parte della nostra cultura piacerebbe moltissimo una massa di rassegnati)!

E, a dispetto di quanto recita il dizionario, non sempre la rassegnazione è virtuosa (scusate, mio parere personale).

Accettazione, invece, vuol dire “prendere in carico”: è una azione-attiva. 

woman-2944070_640Certo, la rassegnazione ha in sé una componente di accettazione, ed è vero anche il contrario: accettare  vuol anche dire smettere di combattere: contro i nostri difetti, contro le circostanze, le situazioni, i pensieri.  Vuol dire arrendersi, ma è una resa che presuppone anche la volontà di lasciar andare, con gentilezza, con amore, con compassione, per trovare nuovi modi di affrontare le cose, o, se necessario, nuove strade da percorrere.

Accettare è anche smettere di evitare di affrontare le cose che non ci piacciono, di noi, o della nostra vita.

Accettare è un punto di partenza.

Rassegnarsi è un punto di chiusura (non c’è niente che possa fare). A volte è anche una scusa: la frase “che vuoi farci, sono fatto così” vi è familiare? Questa frase non è sintomo di accettazione- attiva! Anche per questo accettare è un primo passo importante per la nostra crescita.

E per capirne il perché, mi avvalgo di una frase di Jodorowsky:

“La cosa importante è accettare se stessi. Se la condizione in cui mi trovo è causa di malessere, è segno che la rifiuto. Allora, più o meno coscientemente, tento di essere diverso da come sono; in definitiva non sono io. Se, al contrario, accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente” 

Per essere davvero noi stessi dobbiamo quindi imparare ad accettare tutto di noi, pregi e difetti, ciò che va bene e ciò che va male.Accettare è ritrovare pace, è guardarci allo specchio osservandoci, ma senza giudicarci. Anche l’accettazione contribuisce a costruire la nostra autentticità, la nostra felicità!

E’ vero che ci sono davvero cose che non possiamo cambiare; e a questo proposito mi viene in mente una bellissima preghiera, che vi riscrivo qui sotto:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza.

Ma per tutto quello che è in nostro potere cambiare, per poco o tanto che sia, accettiamo, non giudichiamo, e diamoci da fare, senza rassegnarci, ma con gentilezza, rispettando i nostri tempi, e ricordando che anche un piccolo gesto, una piccola azione a volte ha effetti di portata stupefacente!

Proviamo a pensare, stasera, ci sono situazioni in cui siamo riusciti ad accettare? E altre in cui è invece ancora difficile? Se volete, condividete nei commenti o scrivetemi una mail se volete approfondire.

Vi aspetto con gioia

Elena

 

Quanti minuti ci sono in un giorno (e quanti respiri?)

Ci sono 1440 minuti in un giorno (se non ho fatto male i conti, la matematica non è mai stata il mio forte…)

E in un giorno, quanto tempo e attenzione dedichi al tuo respiro?

Eppure è la nostra principale fonte di vita!  Pensaci: si può vivere qualche giorno senza mangiare, molto meno senza bere… ma solo pochissimi minuti senza respirare.

Da oggi, per una settimana, prova a dedicare 5 minuti al tuo respiro.

Siediti in una posizione comoda, rilassata, chiudi gli occhi se vuoi,  e inizia a portare la tua attenzione sul tuo respiro, osserva come inspiri e come espiri, soffermati sull’aria che entra e sull’aria che esce.

Senti che cosa succede nel tuo corpo, magari  all’inizio solo un leggero solletico al naso!

Rendi a poco a poco già profondo il respiro e concentrati sempre sulle sensazioni che provi.

Come ti senti?

Ascolta il tuo respiro, ascolta il tuo corpo.

Quando hai finito, sorriditi con gentilezza e guardati allo specchio: noti le differenze?

La faccia è già più rilassata, la pelle più luminosa, la mente più fresca… wow!

Da quanto tempo non respiravi così, pienamente, a fondo?

Introduci questa piccola pratica nella tua giornata, vedrai cosa succede! Quando ci ho provato, all’inizio del mio percorso di crescita personale, mi è sembrato un piccolo miracolo. Certo, non basta a risolvere tutti i problemi del mondo (magari!), ancora una volta ricordo che non esistono bacchette magiche, ma solo piccoli (grandi) passi sulla via del benessere.

5 minuti su 1440 possono fare la differenza! 😀 

E se noti dei cambiamenti, fammelo sapere o condividili nei commenti, mi raccomando 🙂

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Ti aspetto con gioia,

Elena

“Flow”: il flusso della felicità

Ci sono alcuni momenti in cui, più che in altri, ci sembra di toccare con mano la felicità.

Se vi chiedessi qual è un’immagine che collegate al concetto di felicità, magari può venirvi in mente una sdraio in una spiaggia caraibica, oppure un pigro pomeriggio alle terme, o ancora ascoltare musica rannicchiati nella propria poltrona preferita… e sono  tutte situazioni estremamente piacevoli e gratificanti (e auspicabili!).

Ma proviamo ora a chiedere a un musicista, a un poeta, a un ciclista che cosa è per loro la felicità.

musician-349790_640Per il musicista è quel particolare momento in cui sta componendo una canzone in cui le note sembrano uscire da sole e armonizzarsi meravigliosamente, in un flusso incessante e fluido, in cui il tempo non esiste, la vita quotidiana non esiste, non c’è fame, sete, pensiero fatica, disagio, che possa distrarre da questo stato di grazia, di ispirazione, di creatività.

Lo stesso è per il poeta, quando le parole si intrecciano tra loro come per magia, dipingendo immagini, creando versi.

O per il ciclista, quando diventa tutt’uno con la sua bici, con la strada, con il sentiero, con la sfida che affronta durante il percorso, con le salite e le discese e i sassi da evitare e il vento da rincorrere, quando le gambe “girano” con scioltezza e agilità, quando la fatica è solo parte del gioco.

Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha così sintetizzato questa particolare esperienza totalizzante:

“The best moments in our lives are not the passive, receptive, relaxing times… The best moments usually occur if a person’s body or mind is stretched to its limits in a voluntary effort to accomplish something difficult and worthwhile”.

Che tradotto (più o meno letteralmente) significa:

I momenti migliori della nostra vita non sono tempi passivi, ricettivi, rilassanti… I momenti migliori di solito si verificano se il corpo e la mente sono spinti ai loro limiti nello sforzo volontario di realizzare qualcosa di difficile e per cui ne valga la pena.

Csikszentmihalyi chiama “flow” questa particolare condizione in cui siamo talmente concentrati su ciò che stiamo facendo (che sia comporre una musica o correre una gara di mountain bike) tanto da perdere la cognizione del tempo, del luogo, forse anche dello spazio. Nella fase di flow si sperimenta una sorta di sensazione di abbandono, di dedizione totale a ciò che si sta facendo. Ci sente entusiasti, gratificati, positivi. Ci si percepisce in grado di superare la sfida con le nostre personali risorse.

La capacità di entrare “nel flusso” dipende molto dalla valutazione soggettiva che abbiamo sia della situazione che dobbiamo affrontare che delle nostre capacità. Se la sfida ci sembra eccessiva può nascere ansia, se la riteniamo troppo di basso profilo, o di routine può insorgere la noia. Se sfida e risorse sono ritenute coerenti, equilibrate, ci sono i presupposti giusti per entrare nel “flow”.

Un primo passo per essere felici è mettere al bando la pigrizia e l’indolenza. Bisogna saper dire sì alla vita e non solo quando le cose vanno bene, anzi forse a maggior ragione quando si presentano disagi, difficoltà, ostacoli: accettiamo la sfida!

Tra l’altro, una volta completata la sfida si sperimenta uno stato di pace che nasce dalla consapevolezza di essere stati in grado di utilizzare al meglio le nostre risorse. E si apprezzano maggiormente anche i momenti di ozio e di riposo.

Che poi, a mio parere, si può entrare “nel flusso” anche in situazioni non necessariamente attive: quante volte capita semplicemente osservando un tramonto o  un paesaggio mozzafiato.

Si può  imparare a sperimentare questa condizione di estrema concentrazione e fluidità anche la vita di tutti i giorni , anzi forse questa è LA vera sfida.

A me capita, ad esempio, quando scrivo, ma anche quando passeggio e guardandomi  intorno mi sembra di immergermi completamente nella natura; quando organizzo un viaggio; mi capita anche quando prendo tempo per me ed entro in contatto con il mio respiro; quando mi occupo di counseling e, quando proprio sono in stato di grazia, persino quando lavo i piatti!

Quali sono i momenti in cui vi sentite “nel flusso”?
Condivideteli nei commenti!

E se volete approfondire come il counseling, il respiro e la mindfulness possono aiutarvi, se volete iscrivervi alla newsletter, contattatemi:

bottegafelicitacounseling@outlook.it

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Dedicato ai musicisti, ai poeti, ai ciclisti e a chi ama la vita anche quando lava i piatti

Elena

Blue Monday? No, grazie… mi basta un comune lunedì!

In un calendario pieno normali lunedì, spesso già difficili da digerire, ci mancava soltanto che qualcuno si prendesse la briga di inventarsi un “Blue Monday”, ovvero il lunedì più triste dell’anno.

monday-1145495_640_FotorChe poi, a dirla tutta, pare che si tratti dell’ennesima bufala: la leggenda del “Blue Monday” è nata dalla campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi inglese, creata ad hoc per promuovere settimane bianche e vacanze invernali. Per inciso, dal momento che è stato dimostrato che quando si è infelici si tende ad acquistare di più, si tratterebbe di una trovata un po’ perfida, ma in qualche modo persino geniale.

Eh si, già il lunedì non è esattamente quel che si dice il giorno più amato della settimana, ci mancava pure qualcuno pronto a ricordarci che è pure il lunedì più infelice dell’anno (le motivazioni: Natale è passato, il conto in banca si è svuotato, siamo tutti a dieta…)

Come sopravvivere a tale catastrofe?

Anche qui si trovano in giro consigli validissimi per stare bene: mangiare con calma, dedicare tempo a se stessi, non farsi prendere dallo stress, fare dello sport magari, bere tanta acqua, ma sono consigli validi in ogni caso.

Secondo me occorre invece accettare che è lunedì (blue o meno) e focalizzarsi sui risultati: c’è sempre una soluzione, anche per il Blue Monday.

fullsizeoutput_e58Quale?

Semplice: domani è martedì!

…..Bye bye Blue Monday!!

2018

Buon Anno!

Ho aspettato un po’, per gli auguri.
Ho atteso, un po’ perfidamente forse, il momento di passare dai buoni propositi all’azione.
Nel frattempo, del resto, eravamo in “buona” compagnia. Dappertutto sono infatti fioriti articoli su questi (benedetti) buoni propostiti: come farli, come non farli, è utile farli, è assolutamente inutile, vi cambieranno la vita, no, anzi, sono destinati a fallire in ogni caso. Come spesso accade, si trova il tutto e il contrario di tutto, e in ogni posizione c’è pure del vero.

Come siete messi con i vostri buoni propositi per l’anno nuovo (legittimi e anche auspicabili)?

E’ facile ritrovarsi persi nelle vecchie abitudini, vero?

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Mi sono sempre piaciuti i quaderni bianchi.
Mi eccita l’idea di scriverci parole nuove, in bella calligrafia,
Un mondo nuovo e nuovi percorsi.
Mi immagino di riempirlo di disegni colorati, e fotografie da incollare.

E mi irrita la prima cancellatura, il primo sgorbio mi demoralizza. Tutto diventa presto “normale”, perde l’odore di nuovo per assumere quello della consuetudine.

E’ un po’ così anche l’anno nuovo.

Per questo vi auguro un quaderno nuovo, e una pagina nuova per ogni giorno di quest’anno.  E vi auguro il coraggio di scrivere parole nuove.

Sì, vi auguro coraggio.
Il coraggio, magari, di buttare all’aria i buoni propositi che avete fatto per l’anno nuovo, per seguirne anche soltanto uno, quello che vi emoziona, che vi fa battere il cuore.
Il coraggio di essere la goccia che fa traboccare il vaso, se vi permette di uscire dai vostri confini.
Coraggio di desiderare.
Coraggio di sognare, di sperare, di non mollare, di essere tenaci e flessibili.
Coraggio di sbagliare, per poi ricominciare.
Coraggio di avere paura, per poterla superare.
Coraggio di arrabbiarsi, per poi cambiare. Il coraggio di urlare al vento, il coraggio di amare. Il coraggio di lasciar andare,

Coraggio di dire di sì,  di dire di no, e di cambiare idea se lo si desidera.
Coraggio di viaggiare, per non fermarsi mai
Coraggio di stupirsi, di essere grati, di sapersi commuovere.
Coraggio di essere gentili

Coraggio di accettare di essere, talvolta, anche infelici. Trovando anche nei momenti di buio  il seme per costruire

il coraggio di essere felici

 

Buon (coraggioso) 2018!

Elena

Natale e felicità.

Non sempre Natale coincide con felicità.

Nel  mio caso, mi sono accorta che capita quando c’è qualcosa che stride con l’immagine di ciò che vorrei trovare a Natale. E’ così un po’ per tutti. Ci aspettiamo un momento di serenità (e ci ritroviamo  invece a navigare in un mare di guai); vorremmo affetto e condivisioni  (e invece si acuisce magari il senso di solitudine)… ed ecco che tutto lo spirito natalizio si disintegra in un nanosecondo.

Come sopravvivere al Natale, in questo caso?

Fermandosi. Respirando, Godendo pienamente attimo per attimo ciò che di buono questa giornata ci dona. E se proprio proprio ciò non è possibile, cerchiamo di ritagliarci in questo periodo un giorno, o anche solo qualche ora, non necessariamente a Natale, da dedicare a noi stessi.  Veramente a noi stessi.

Per ritrovare la nostra pace

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Tempo per noi, per poterci fermarci un attimo: il mio augurio per un Buon Natale!

 

 

Cercare o smettere di cercare?

Mi scrive una lettrice (che ringrazio per avermi contattato: e sì, è un invito a scrivermi i vostri pareri e le vostre impressioni!) contestandomi l’idea che la felicità vada cercata: per lei la felicità è qualcosa che arriva, specialmente quando non la si aspetta.  Non dipende da noi. Quindi, paradossalmente, meno la cerchiamo e più felicità arriva.

Vero. E falso allo stesso tempo.

E’ vero che accanirsi non porta la felicità, anzi, se diventa un’ossessione l’idea di essere felici porta all’esatto opposto, come tutte le volte che ci attacchiamo troppo a un’idea rischiamo di perderne di vista la sua stessa essenza. Del resto persino Buddha ci ricorda che non esiste una vita priva di sofferenze…e se lo dice lui…

Però possiamo scegliere, almeno nella maggior parte dei casi, sicuramente quando dipende da noi, quanto meno di non essere infelici: e non è poco.

Per tornare al viaggio: diciamo che  il viaggio alla ricerca della felicità non può essere…  una crociera, che per quanto bellissima, se vista come ricerca continua e ossessiva del divertimento, alla lunga stancherebbe e forse annoierebbe persino.

Piuttosto,  la ricerca della felicità è come una passeggiata in montagna: sentieri nel bosco che rasserenano, radure in cui correre a perdifiato, erba da annusare, fiumi da attraversare, sassi e fiori… Discese, ma anche salite, scivolate, ostacoli. Si cade e ci si rialza. Ci si stanca e a volte si riposa (e si mangia cioccolato per ritemprarsi!) … per arrivare alla fine e sentirsi in cima al mondo, circondati dal cielo!

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Eh, sì.

La felicità è quel senso (intimo e infinito) di far parte del tutto.