Una piccola chiave per aprire molte porte (gentilezza)

Gentilezza, quanto ne abbiamo bisogno In questo periodo difficile e come è facile invece scordarsene.

Siamo spesso arroccati sulle nostre paure, mascherate talvolta da certezze che in realtà nascondono le nostre più profondo insicurezze. Ma è il momento di ritrovare noi stessi e di ritrovare gli altri. E la chiave, o almeno la prima mandata per aprire le nostre corazze e ritrovare noi stessi è proprio la gentilezza.

Gentilezza

Ti ricordi di te,
di chi sei veramente?
Bambina a cui tutto il mondo 
si apriva come una favola
prima di popolarsi di ombre e paure.
Giorno dopo giorno
hanno costruito ponti, muri, corazze e barriere.

E ti ritrovi ora chiusa nella torre più alta,
e sogni di prati in cui correre e cieli da volare e avventure.

Ma chi libererà davvero
non sarà un principe azzurro
men che meno sperare che un rospo da baciare
si  trasformi (e in che cosa?).

Solo tu possiedi la chiave.
E sarà anche in un gesto di gentilezza
verso te stessa
in un gesto di gentilezza ricevuto
perché la gentilezza è contagiosa,
smuove muri,
addolcisce corazze,
riscalda stanze fredde.

La chiave è nei piccoli passi portati avanti

con quella gentilezza sottile, che ti porta a sorriderti mentre ti guardi allo specchio

“Mi ricordo di me”

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Sfida: per la prossima settimana, annotatevi almeno un gesto di gentilezza  che avete compiuto nei vostri confronti, almeno uno verso altri e almeno uno ricevuto.

Poi rileggete a fine settimana, e annotate come vi sentite circondati dalla gentilezza. Notate differenza? Fatemi sapere come è andata!

Una ricetta (più una) per gestire la rabbia

Lo ammetto.

Questo è un articolo scritto di getto, in un momento in cui mi sento arrabbiata, delusa, amareggiata … e oltre. Ma proprio di brutto.

Il peggio è passato, ovviamente, perché solo 15 minuti fa non sarei stata capace di fare nient’altro che piangere di rabbia, prendermela con il mondo intero, se non forse rompere qualcosa (per fortuna in casa è ancora tutto intero).

Perché scrivo allora?

Non importa che cosa sia successo. Importa come lo sto gestendo, e voglio farlo “in diretta”, con voi, perché è facile parlare di calma e di felicità quando gli uccellini cinguettano, il cielo è un tripudio di azzurro e rosa ecc. ecc. ecc. 

Molto meno quando sei nel bel mezzo di una crisi. Molto, molto meno bene. Anzi, in quei momenti se qualcuno ti si avvicina pieno di buone intenzioni:

“Dai, calmati, su, non è niente”  … “Prova la mindfulness, la meditazione, respira” …. “Non ci pensare, dai”…..

probabilmente la prima reazione non è molto benevola….

E quindi mi piace l’idea di analizzare con voi la gestione, non sempre brillante, vi avviso, di una crisi. Che cosa ho fatto e come ho reagito. Attenzione (spoiler) alcune parti sono davvero poco illuminate.

Ecco dunque.

Accade il fattaccio: leggo una mail che prima mi disorienta, poi mi fa proprio arrabbiare.

Prima reazione. Chiudo di brutto il pc (per fortuna resisto alla tentazione di scagliarlo lontano). Ripenso alla mail, mi illudo di aver letto male, riapro il pc, ma niente da fare. Avevo capito perfettamente. Rabbia, rabbia, rabbia nera.

Seconda reazione: sfogo con la malcapitata amica di turno, che ovviamente, non capisce tutta la portata del fattaccio. Poverina cerca di consolarmi, ma, ovviamente, NON MI CAPISCE: tutto il mondo ce l’ha con me!!?? (nota bene: grazie amica carissima per essermi stata vicina).

Terza reazione: piango.

Quarta reazione: apro la scatola dei biscotti.

E qui per fortuna inizio a ragionare. Il mio senso dell’humor mi viene in aiuto: “Ma che, devo ingrassare perché uno str…. mi ha messo di cattivo umore? Eh no!”

Ok, sono arrabbiata. E ci sta tutta, il fatto che è successo è piuttosto grave. Inutile far finta di niente. Sono proprio arrabbiata.

Dove mi sento arrabbiata? In tutto il corpo, soprattutto nel torace, nelle braccia, nel respiro che si è fatto corto e veloce. Nei muscoli che sento tesi come corde di violino. Provo a respirare più a fondo, cercando di sentire l’aria che entra nei muscoli e li rilassa. Per quanto posso. Scuoto un po’ il mio corpo, respirando sonoramente, sbuffando, pestando i piedi, scrollando dalle braccia, come se fossi sotto la doccia, la negatività che mi ha assalito. Per quanto posso, come posso.

Va già un po’ meglio, ma la testa è sempre lì su quella mail.

Invece di mangiare biscotti, mi preparo una brocca di acqua detox., di cui poco prima avevo letto la ricetta. Cercando di immergermi in quello che sto facendo. Taglio i limoni e ne assaggio l’asprezza, che si intona al mio umore. Osservo con piacere il rosso delle fragole, colore che si adatta alla mia rabbia, ma ne apprezzo anche la dolcezza, che è ciò di cui ho proprio bisogno ora, la assaporo piano. Odoro la menta, che mi ricorda il posto al mondo che amo di più, il luogo in cui sono sempre in pace con me stessa.

E poi mi concedo qualche movimento più morbido, qualche respiro più profondo. 

Va già meglio.

La rabbia? c’è sempre, ed è giusto così, perché quello che è successo è piuttosto grave. Però è cambiato, almeno in parte, il mio stato d’animo che ora è concentrato su altri aspetti. 

Che cosa mi ha fatto arrabbiare così tanto, oltre al fatto in se? 

Che cosa posso fare, ora, per migliorare la situazione?

La rabbia, da frustrazione, da emozione in sé si è trasformata in reazione. Ora sono più concentrata, paradossalmente più lucida su quello che devo fare ora, su quelli che dovranno essere i miei passi successivi.In fondo, non esistono emozioni negative. Esistono piuttosto emozioni funzionali, che ci avvertono di un pericolo, della necessità di un cambiamento, di un allontanamento dal nostro focus interiore. La rabbia, di per sé, non è negativa. In questo caso, mi ha fatto capire quanto sono arrivata al limite in una determinata situazione, che cosa posso fare uscirne, come resistere fino a quando non potrò allontanarmene in sicurezza, in coerenza con i miei valori.

La rabbia può diventare uno stimolo a reagire, ad andare avanti, a cambiare direzione. 

L’importanza delle emozioni è proprio quella di essere un avvertimento. Che sta a noi raccogliere, nel modo migliore per noi.  

Accogliamo le emozioni, benvengano. So che molti di noi, da piccoli, sopratutto le bambine, siamo stati cresciuti a suon di “i bravi bambini/le brave bambine non si arrabbiano”. Ma è sbagliato negare la propria rabbia. Bisogna ascoltarla, invece, farla propria, sfogarla (in modo sano, mi raccomando!) per poi, una volta accettata,  trasformarla in reazione propositiva. E ‘ un segnale importante. “Gestire” la rabbia non vuol dire soffocarla. Vuol dire renderla strumento di crescita, di evoluzione, 

Non è facile, forse nemmeno istintivo, tutto ciò richiede consapevolezza e pratica. 

Ma si può fare!

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E a grande richiesta la ricetta dell’acqua detox (d’ora in poi, per gli amici:  acqua antisterica)

Tagliamo un limone non trattato a fettine con gesti calmi e precisi, lasciando che il giallo ci riporti alla nostro centro vitale, al momento presente. Il giallo è il colore del terzo chakra, della nostra forza. L’asprezza del limone ci appartiene, in questo istante,  ma,  anche, ci rinvigorisce.

Prendiamo ora 5/6 fragole mature, Osserviamo il colore rosso acceso,  che ben si abbina alla nostra rabbia, lasciando però emergere altre sensazioni legate al colore, al profumo, alla consistenza del frutto. Lasciamoci avvolgere dalla sua dolcezza.

Infine raccogliamo alcune foglioline di menta e respirariamo il suo profumo pungente, rinvigorente, tonificante e rilassante allo stesso tempo. Che sensazioni ci riporta alla mente?

Infine immergiamo tutto in un litro di acqua  fresca, lasciamo macerare per qualche ora e sorseggiamo piacevolmente nel corso della giornata.

Se ne lasciamo un bicchiere vicino a noi, ci arriverà un leggero profumo di menta, fragola e limone, a ricordarci che anche stavolta ce l’abbiamo fatta!

E voi? come avete fronteggiato un momento di rabbia?  Raccontatelo nei commenti e, se vi siete ritrovate, condividete l’articolo!

Vi aspetto con gioia,

Elena

Giornata Mondiale della Terra: consigli utili per proteggere il nostro pianeta

Oggi è la Giornata Mondiale della Terra, un giorno dedicato a portare l’attenzione di tutti, governi, aziende, persone, sull’importanza (ormai diventata  necessità) di preservare il nostro pianeta e le sue risorse naturali

 

 La natura ci avvolge, ci coccola, ci nutre, ci consolati sostiene, ci fa stare bene, ci rende felici.

Ma noi cosa stiamo facendo per la Terra?earth-2113656_1920

Quest’anno il tema della giornata è “riparare il danno” ; ormai, purtroppo, è quello che possiamo e dobbiamo fare.

Occorrono importanti interventi a livello governativo, aziendale, in tutti i Paesi.

Ma è anche necessario che ognuno di noi faccia la sua parte. Dai. ormai l’ attenzione a gettare i rifiuti in modo differenziato e corretto dovrebbe essere un’abitudine acquisita, così come muoversi il più possibile a piedi o in bici;  e anche per i consumisti più incalliti è ormai facile trovare, ad esempio, alternative alla plastica o agli oggetti usa-e-getta (adatti anche ai più pigri o a chi non ha tempo) ad esempio:

  • acqua: bottiglie di vetro, filtri, casette dell’acqua in molti comuni;
  • per chiudere i recipienti da riporre in frigo al posto della pellicola ci sono dei panni avvolti in cera d’api, modellabile.
  • per struccarsi al posto dei tradizionali dischetti se ne trovano in cotone o in bambù, lavabili e riutilizzabili;
  •  molti prodotti per l’igiene si trovano in formato “solido” quindi senza imballo (shampoo, balsamo, bagnoschiuma, ho trovato anche il detersivo per i piatti!);
  • la carta forno può essere sostituita da tappetini riutilizzabili…
  • si può pensare di tornare ai fazzoletti di cotone … e si sono inventati persino i cotton fioc riutilizzabili (su questo ammetto ho molte resistenze)

Alcuni di questi rimedi non sono forse ancora il massimo, ma insomma, è pur sempre un primo passo verso una vita più sostenibile E anche questo contribuisce alla nostra felicità

E voi? Cosa ne pensate? quali sono le alternative più utili, o anche solo curiose o strampalate che avete trovato? 

scrivetelo nei commenti, raccogliamo idee!

#gironatamondialedellaterra  #bastascuse #riparareildanno

 

Rinascere

Rallegrati,

quando a volte non ne puoi più,
Se senti forte l’impulso di viaggiare,
di correre, di sognare.
Se ti senti le ali tarpate.

Se gli abbracci ti mancano come l’aria
Se hai bisogno di aria, di respirare senza mascherine,
Di indossare scarpe nuove per percorrere nuove strade.

Rallegrati.

E’ la vita che sussulta e preme.

E torneranno,
sì, torneranno,
i prati che si risvegliano a primavera,
il mare e il cielo,
e tra vento e nuvole
nuovamente si apriranno orizzonti.

Perchè se c’è inverno c’è poi primavera
e al venerdì santo,
dopo tre giorni,
sempre, sempre
ritorna la Pasqua.

E, nonostante tutto,
ciò che si respira a primavera
è un intimo e profondo
senso di rinascita.

E’ la vita che scorre.

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Del cucinare e dei piatti pronti

Da un po’ di tempo mi cullava, un po’ oziosamente, l’idea di mettermi a dieta (che idea originale, vero?)

Però….

Questa non va bene perché si mangia solo miglio.
Questa no perché ha solo proteine e niente carboidrati.
Questa nooo, troppi carboidrati, ma si può?
Questa è troppo triste.
Quest’altra prevede solo cibi esotici e costosi.
Questa è base di cavoli e radicchio, non se parla nemmeno.
Questa è troppo punitiva…

Insomma, ogni scusa era buona per non cominciare.

E poi ne ho trovata una non triste, molto varia, sana, colorata, persino gustosa e anche divertente, perchè mi ha messo in contatto con molte altre persone, alcune diventate vere amiche: uno stile di vita più che una dieta. Evvai!

Certo ci sono alcune rinunce: ovvio, niente dolci, niente vino… ma insomma una dieta è pur sempre una dieta.

L’altro problema è che per essere varia, sana, colorata, gustosa ecc…. occorre cucinare tanto (per i miei standard). Insomma, niente scorciatoie e soprattutto.. niente comodi piatti pronti!

Si, ma cosa c’entra tutto questo con il counseling ?

C’entra, c’entra.
Ci sono molte affinità tra il cucinare e il counseling!

Quando parlo per la prima di volta con qualcuno di counseling o comunque di crescita personale, mi accorgo molto spesso, dalle domande che mi vengono poste, che le persone vorrebbero avere una bacchetta magica che risolva in un istante tutti i loro problemi. E storcono il naso quando si rendono conto che così non è.

In pratica, si aspettano la “dieta miracolosa” rapida, senza rinunce, senza fatica, e a base di piatti pronti (e senza cavolo e senza radicchio).

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Non è così, niente bacchette magiche purtroppo.

Però quando iniziano a rendersi conto:

– che ogni progresso richiede un cambiamento, piccolo o grande che sia e di uscire da quelle abitudini che magari ci fanno sentire nostro agio, ma che possono non essere funzionali per raggiungere i nostri obiettivi;

-che impegnarsi per la propria crescita può essere sicuramente faticoso, talvolta, ma che poi i risultati premiano,

– che alla fine gran parte del risultato dipende solo da noi,

allora diventa tutto più semplice. Il primo passo è compiuto.

E poi?

Poi succede che ogni risultato positivo sprona a proseguire, proseguire comporta raggiungere nuovi risultati, nuovi risultati incitano a proseguire…. e così via. Diventa uno stile di vita, non più “una dieta”.

Certo, ci saranno rinunce, fatiche, bivi, periodi di sconforto e battute d’arresto, ma una volta iniziato, impegnandosi, non scoraggiandosi, quegli obiettivi che inseguiamo da tanto, quei cambiamenti desiderati arrivano.

E ci prende gusto.

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Proprio come cucinare può dare soddisfazione, è un gesto creativo, che a volte richiama alla mente antichi rituali, gestualità dimenticate. Odori, colori e sapori si mescolano tra di loro per assumere nuove forme e consistenze: partendo da pochi ingredienti si possono creare capolavori. Con molta più ricchezza e gusto rispetto a un piatto pronto!

E il counseling in fondo è come cucinare: riscoprire le risorse che tutti a noi abbiamo a disposizione (tutti) e creare un’ opera d’arte autentica e d’autore: la nostra vita.

Con un pizzico di sapienza, di saggezza e, indispensabile, un tocco di giocosità.

E a voi piace “cucinare”?

“Mi hanno rubato il futuro”? Ma anche no!

“Mi hanno rubato il futuro”

E’ una frase che si sente molto, in questi giorni.
A maggior ragione ora che una nuova ondata di contagi allontana ancora la speranza di una prossima fine di questa (malefica!) pandemia.

Sono giorni in cui i sogni nel cassetto, i progetti, gli obiettivi che avevamo sembrano aver perso la propria consistenza, in giornate “fotocopia” che si succedono da ormai più di un anno.

E’ una sensazione che non ci fa stare bene, può creare ansia e stress (non a caso l’uso di ansiolitici è parecchio aumentato nell’ultimo anno ). Spesso ci si sente svuotati, privi di energia.

Sembra quasi di vivere in un mondo parallelo che non ci appartiene e da cui non possiamo fare altro che osservare la nostra “vera” vita allontanarsi…

E voi, come state vivendo questa (ennesima) ondata di chiusure e contagi?

Provate un senso di oppressione, con poca voglia di reagire?
Oppure di impotenza, inadeguatezza, inutilità?
Provate stanchezza, irritabilità, noia, cattivo umore?
A che livello è la vostra gioia di vivere, di leggerezza, di ridere?
E le vostre relazioni, i rapporti sociali?
Che rapporto avete con il vostro corpo? Mangiate troppo o troppo poco, fate movimento fisico?

A solo leggere questa lista sento l’energia calare a picco… eppure sono stati d’animo che prima o poi quasi tutti abbiamo provato in questo periodo.

ma…

Fermi tutti!

C’è una buona notizia.
Uscirne si può!

Come?

Adottando nuovi approcci, nuovi punti di vista.
Riconsiderare il presente, il passato e il futuro.
Non più concetti statici e prestabiliti, ma stati fluidi, impermanenti, da comporre e scomporre in continuazione.
Ciò che è stato non è per sempre, così come ciò che è ora e ciò che sarà domani.
Tutto scorre, tutto muta, tutto si disfa e si crea in ogni istante.

Questo periodo ci sta dando l’opportunità di capire che cosa è importante per noi e che cosa lasciare andare.
Di non dare più per scontate molte cose.

Può sembrare destabilizzante, e in parte lo è, ma è anche una grande opportunità: la capacità di prendere in mano la propria vita, nonostante tutto. Con responsabilità (respons- abilità: capacità di trovare risposte).

E’ il momento per compiere i primi passi per riaprirci anche al mondo esterno, alla vita. Trasformare pensieri e parole in piccole azioni.

Due grandi aiuti possiamo ottenerli dalla mindfulness, cioè dall’attitudine di vivere nel momento presente e da esercizi di respirazione.

La mindfulness ci aiuta a non preoccuparci.
ll respiro, che è fluidità e, allo stesso tempo, è un punto fermo a cui ancorarci nell’impermanenza di questo tempo.

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Quando ci sentiamo oppressi, fermiamoci in un angolo tranquillo, con una musica che ci fa stare bene, concentriamoci sul nostro respiro, chiudiamo gli occhi e immaginiamo di trovarci immersi dolcemente in un fiume o in un lago fresco e pulito; proviamo a sentire l’acqua che scorre sulla nostra pelle. Ascoltiamo l’andamento del nostro respiro, anche l’aria fluisce nel nostro corpo, in una brezza gentile.
Tutto scorre.
Creiamo un piccolo spazio interiore in cui stare bene, liberi: un posto speciale che ci accoglie, ci protegge, ci purifica.

E poi, almeno qualche minuto al giorno, coloriamo, balliamo suoniamo, cantiamo, ridiamo.
Non è superficialità, anche nei momenti difficili.
E’ trovare leggerezza anche tra i sassi.
E’ celebrare la vita.

Prendiamoci cura di noi stessi
E recuperiamo i nostri sogni, il nostro futuro, il nostro presente.

Vi aspetto con gioia,
Elena

Il diritto ad essere infelici

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L’infelicità è “un diritto”?

Mi sono arrivati da tante parti, in questo periodo, sia direttamente che indirettamente, messaggi un po’ provocatori sulla felicità. Uno in particolare mi ha colpito:

“Eh già, tu parli di felicità, ma come si può essere felici in questo periodo, tra Covid, crisi, cattiveria imperante, obblighi ecc..? Io proprio non voglio essere felice, rivendico il mio diritto ad essere infelice. Ogni volta che sento parlare di felicità, di buoni sentimenti, ecco, proprio non ce la faccio. Provo un senso di fastidio, quasi di nausea.  Sono infelice, sì, e non me ne pento”.

Se questa frase mi ha colpito è perché, ammetto, mi ci sono in parte rispecchiata. E la cosa mi ha messo un po’ in crisi, ovvio. Ma come, vado predicando che la felicità è a portata di tutti ed ora reclamo anch’io il diritto ad essere infelice?

Sì.

broken-heart-2084321_640Ho vissuto, come tutti, la difficoltà del lockdown, il senso di pesantezza e di estraneità al mondo, la preoccupazione, il distanziamento, il dolore e ho visto la stessa cosa negli occhi di chi mi era vicino. Ho avuto un lutto importante. Ho dovuto liberare  in fretta e furia la casa dei miei nonni, buttando via ricordi di anni e anni. Tutto questo mi ha causato un gran calo di energia, molta rabbia. dolore:  probabilmente sì, infelicità.

Ma è giusto così. Non si può reprimere il dolore, e nemmeno la rabbia. La società di oggi mal vede il lutto, eppure è giusto viverlo. 

C’è un però. E’ giusto reclamare, in questi momenti, il diritto ad essere infelici, a rinchiudersi in se stessi, e sì, se vogliamo anche ad autocompatirci  un po’ (poco, eh?). Ma con la piena consapevolezza  delle nostre emozioni, riconoscendole, dando loro un nome. Non permettendo loro di diventare non un fine, ma di viverle  come un mezzo.  Non permettiamo di farci sopraffare. Viviamo il lutto, viviamo “l’infelicità” proprio per lasciarla scorrere via.

E ricominciare.

Non è un caso che pubblico questo post il 31 agosto. Per molti domani, settembre, è considerato un inizio di anno, un nuovo inizio, una ripartenza. 

Il momento giusto per scrollarsi, recuperare energia, ricominciare appunto;  e vedremo come fare.

Ognuno con il suo tempo, è tempo di rifare pace con il concetto che, se abbiamo diritto all’infelicità, altrettanto, se non di più,  abbiamo diritto alla felicità.

Proviamo questa sera a prenderci pochi minuti per respirare profondamente. Iniziamo a riappropriarci della nostra energia interiore, quella più pura, più profonda, più nostra.

In fondo, la felicità è una “cosa” pratica, che si può imparare e  costruire, giorno per giorno. Diritto all’infelicità compreso (anche questo fa parte del viaggio: l’importante è, come sempre, saper ripartire).

A presto,

Elena

 

 

 

Foto di morgan harper nichols per pixabay

 

Breathwalking: quando i passi si fondono con il respiro

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Basta entrare in un bosco, a volte, per sentirsi diversi, trasportati in una dimensione che trascende il pensiero, le preoccupazioni e ogni quotidiana abitudine.

Basta che la strada asfaltata cominci a fondersi con il sentiero appena battuto, che le case lascino posto agli alberi, che la polvere di asfalto diventi polvere di terra e tutto cambia.

Basta ascoltare il silenzio. All’inizio stordisce. Poi, a poco a poco,  i suoni prendono forma: gli uccelli che cantano, il fruscio delle foglie mosse, i ramoscelli spezzati sotto le scarpe. Le rane negli stagni, l’acqua danza nei torrenti. Come singoli strumenti fusi in un’orchestra riempiono  il cuore di silenzio e di pace.

Basta guardarsi intorno, e lasciarsi stupire come bambini, e come bambini lasciarsi andare e giocare, gli occhi vedono cose consuete, eppure mai viste prima.

Basta respirare. Nel bosco, l’aria è diversa, sembra frenata dagli alberi, ovattata e fresca allo stesso tempo. Gli odori sono più intensi. Qui, dove il mondo sembra lontano e così incredibilmente presente, ti ricordi di respirare, il tuo corpo te lo ricorda, hai fame di questa aria, chiedi che ti riempia i polmoni, la vuoi sentire. E’ quasi un istinto coordinare il respiro con i passi. 

Basta lasciarsi cadere morbidamente sulla terra per assorbirne l’energia.

Tutto diventa armonia

E’ un rituale di pulizia dell’anima. 

Rigenera, riequilibria, nutre, ritempra.

Sembra magia, e forse un po’ lo è.

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Si chiama “breathwalking” e non è una semplice tecnica, o un esercizio aerobico. E’ prendere coscienza del mondo esterno e di noi.  E’ lavoro con il respiro, è mindfulness.  E’ counseling.  E’ tutto questo, e molto di più.

 

Dove: a Milano e a Cernusco sul Naviglio.

Contattami, lasciandomi se vuoi  la tua mail, se sei incuriosita/o e vuoi provare

Ti aspetto con gioia,

Elena

7 gennaio, anno nuovo, orizzonti aperti

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Il 7 di gennaio è sicuramente una delle date più odiate sul calendario di ogni anno, tranne, forse, per chi proprio detesta cordialmente le feste di fine anno.

Il 7 di gennaio, infatti, finiti i bilanci di fine anno e redatta la lista dei buoni propositi. è il giorno-senza-più-scuse: ci si deve dare da fare (beh, resta sempre l’alternativa di far finta di niente… ma in genere ciò accade dopo qualche giorno..)

Fare, fare, fare…

Quanta parte della nostra lista di buoni propositi è composta da “azioni”?

E se ci ricordassimo, invece, di lasciare uno spiraglio aperto sulle possibilità, inaspettate, impensate, impreviste? Prevediamo uno spazio per ascoltare, noi, gli altri, il mondo: potremmo rimanere sorpresi.

Ho guardato nel mio corpo in profondità

e ho trovato una montagna,

la vetta altissima nascosta da nebbia

e nuvole,

ho trovato un fiume che scorre giorno e  notte

verso il mare,

ho trovato una galassia

che si muove silenziosa,

con milioni di stelle.

Thich Nhat Hanh

 

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La felicità stessa è spesso imprevedibile e non dipende solo dal “fare” (non è che mettendoci a dieta automaticamente saremo felici…). E’ aprendo la nostra mente e il nostro cuore che creiamo i nostri orizzonti,  le nostre possibilità

Ogni tanto, quindi, lasciamoci semplicemente vivere, non passivamente, ma semplicemente con spirito aperto verso ill mondo, curioso verso la vita: accogliamo ciò che viene, con gentilezza. Impariamo ad affrontare gli ostacoli come sfide, ma anche a riconoscere la bellezza, i doni, le opportunità.

Che il nuovo anno possa essere per tutti noi una finestra aperta su orizzonti sconfinati.

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Elena