Come scorre la tua energia?

Ci sono attività che, anche se fisicamente o mentalmente stancanti, in realtà ci riempiono di energia. Altre, magari anche meno impegnative, ci fanno sentire spossati e senza forze.

Prendi ad esempio quando pratichi uno sport che ti piace, o quando fai un lavoro che ti piace: non ti accorgi del tempo che passa e anche se ti stanchi molto, alla fine ci si sente soddisfatti  e “carichi”. Pensa invece quando passi il giorno a compilare i modelli per le tasse, a fare la fila in posta, a discutere con clienti molesti o con la suocera.. capito ora che cosa intendo? Non sono attività fisicamente o mentalmente stancanti, ma quanto dispendio di energia comportano?

Nelle nostre giornate è praticamente impossibile fare solo ciò che ci sembra leggero, piacevole, appassionante e che rande fluida e viva la nostra energia… la nostra è vita è fatta anche da impegni o eventi che eviteremmo volentieri, routine antipatiche, ostacoli: è inevitabile. Però quando le attività “pesanti” prendono il sopravvento, si arriva a sera stanchi, nervosi, frustrati,; avete presente quando si ha l’impressione di non aver combinato niente pur avendo corso tutto il giorno? 

Per fortuna è possibile fare qualcosa per cercare di migliorare la situazione. Vediamo come:

  • Prova  a scrivere un elenco delle normali attività di una tua giornata, poi classificale in “azioni energizzanti” e “azioni svuota-energia”. Da che parte pende la bilancia?
  • Analizza poi le tue azioni “svuota-energia”: quante sono effettivamente utili o necessarie e di quante invece potresti fare a meno (ti stupirà scoprire di quanto possiamo alleggerire  il nostro carico di cose da fare!)  Includi in queste anche quelle azioni che ti fanno sentire impegnata mentre in realtà ti fanno soltanto perdere tempo  (un esempio? passare troppo tempo sul web o davanti alla tv senza nemmeno troppo interesse per  ciò che ci scorre davanti agli occhi, tanto per dirne una).
  • Prova a chiederti infine dove la tua energia vorrebbe incanalarsi. Che cosa potrebbe dare un nuovo vigore, ravvivare la tua vita?  Non è necessario pensare subito a grandi cambiamenti, potrebbe essere sufficiente dedicarsi a un hobby, prendere tempo per una passeggiata, programmare un viaggio… 

E infine un piccolo esercizio  – molto piacevole, prometto! Non riuscirete a dire di no 🙂

Per una settimana impegnamoci  a chiudere la giornata dedicando anche solo 15 minuti di tempo a qualcosa che ci piace, ci rasserena e ci fa stare bene: una passeggiata, ascoltare musica, leggere un romanzo, ballare… concludiamo con un momento di silenzio, con qualche minuto dedicato al nostro respiro. Lasciamolo fluire, pieno, profondo, concentriamoci sull’aria che entra e che esce. Per qualche minuto, restiamo in ascolto.

Senti l’energia scorrere fluida?

Anche questo contribuisce a costruire la nostra felicità (e fa bene all’anima

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“L’acqua della fonte resta fresca e rinfrescante solo se continua a scorrere. In caso contrario diventa insipida e perde la sua forza. sorgente vuole sgorgare dentro di te, ma vuole anche scorrere via, raggiungere gli altri.”

(Anselm Grün – Cosa fa bene all’anima)

Quand’è che la vostra vita è incominciata veramente?

Oggi sono curiosa, e vorrei proporvi una domanda che mi è stata fatta di recente.

 

Quando è che la vostra vita

Ok: sicuramente un punto di svolta epocale (anzi IL punto di svolta per eccellenza) è stato il momento vero e proprio  della nascita!

Ma ci sono altri istanti nella vita che si imprimono nella mente e nel cuore in modo speciale, indelebile, perché  sono stati talmente significativi da aver causato cambiamenti di tale portata, che magari ci hanno anche travolto come tsunami, ma che, a ripensarci bene, possiamo considerare delle vere e proprie rinascite.

Punti di svolta.

A volte si è trattato magari di attimi di felicità intensa, a volte anche senza motivo.

A dieci anni, durante una passeggiata, mi sono trovata sull’orlo della val di Tede, e guardandomi intorno ho pensato che fosse la casa di dio. Mi sono sentita felice e appagata ed è stato uno di quei momenti in cui, sentendoci parte di tutto, il mondo si apre ai nostri occhi in modo nuovo; tanto è vero che è un ricordo indelebile: mi basta chiudere gli occhi per rivivere quella fantastica sensazione; mi sento come tornata a casa.

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Anche i momenti in cui ci si innamora, sono istanti speciali, in cui sembra di rinascere

A volte, invece, i punti di svolta, sono associati a periodi di crisi profonda. 

Sono quei momenti in cui sembra che non ci siano vie d’uscita.

i momenti in cui dobbiamo imparare a lasciar andare (e quanto è difficile!)

i momenti in cui quando qualcuno ti dice “vedrai che passerà” o “guarda che è dalle crisi che nascono le opportunità migliori” tu vorresti solo strozzarlo! 

Di uno dei miei “punti di rinascita” mi ricordo persino la data: era il 16 agosto di qualche anno fa. Mi sono svegliata di punto in bianco, di notte, con questo pensiero: “Ho due strade di fronte a me: o mi lascio andare e cado in depressione, oppure mi do una mossa e do una svolta alla mia vita” . Ovviamente era la sintesi di un lungo periodo di crisi e di riconsiderazione della mia vita, ma mi ha portato a dedicarmi al counseling e continuare in modo più significativo nel mio percorso di crescita personale. A ritrovare me stessa attraverso il respiro, e wow, che cambiamento è stato!

Sì, a pensarci ora, non è stato un periodo facile, ma lo ripercorro quasi con affetto per il bene che ne è nato. E’ consolante pensarlo. Sapere che veramente i momenti di crisi possono nascondere i semi di una nuova vita.

Se ci prendiamo cura di noi.

Se ci crediamo.

 

E, dunque, quand’è che la vostra vita è incominciata veramente?

Se volete, condividetelo nei commenti 🙂

Qui si parla di etichette, di ruoli e di identità personale

  • “Ciao””
  • “Che lavoro fai?”
  • “Quanti anni hai?”
  • “Sei sposata?”
  • “Hai figli?”

Penso che a tutti capiti neanche troppo raramente, di incappare in questa serie di domande (più o meno modificata al bisogno) all’inizio di una conoscenza, sia che ci siano rivolte oppure che siamo noi a porgerle. Sono domande ritenute innocue e neutrali,  giusto per  iniziare a conoscere la persona che ci sta di fronte e sopratutto a inquadrarla.

Uhm.

Attenzione però che quando rispondiamo a queste domande veniamo automaticamente catalogati  (e viceversa) in base al nostro interlocutore. Ecco perché si parla dell’importanza di fare una buona prima impressione: veniamo spesso etichettati nei primissimi minuti di conoscenza, e spesso questa etichetta ci resta incollata addosso e può essere poi difficile venirne fuori. Per giunta, come accennavo prima, le risposte sono filtrate dall’interlocutore, dal suo modo di pensare, dalla sue esperienza, talvolta dall’età a volte persino dall’umore.

Prendiamo la prima domanda. Metti di rispondere  alla domanda che lavoro fai con: “Sono casalinga”

Le reazioni potranno essere queste, ad esempio, a seconda di chi ci troviamo davanti:

  •  Donna/uomo lavoro-dipendenti: “un’altra che non fa niente dalla mattina alla sera”
  • Altra casalinga: “quanto ti capisco!”
  • Attivista per le pari opportunità: “ma ne esistono ancora? Un’altra vittima del sistema”
  • Uomo ageé e nostalgico “Ah, ma allora esistono ancora questi angeli del focolare…”

Oppure se rispondi alla seconda domanda che sei sposata, se di fronte a te c’è…

  • una donna single non per scelta  penserà: “beata te!”
  • una donna single per scelta : “poverina, ma chi gliel’ha fatto fare!!….”
  • un uomo marpione sposato “alè! ci posso provare senza rischiare nulla”
  • un uomo single in cerca dell’anima gemella: “peccato <era> carina….”

ovviamente questi sono casi limiti e aderenti a mooolti stereotipi.

L’esempio mi serve solo per far notare come spesso noi siamo inquadrati dalle persone in base ai ruoli che noi ricopriamo e spesso purtroppo conditi pure da stereotipi e filtrati dalla percezione dell’altro.

Intendiamoci, i ruoli servono e sono utili a scandire le nostre occupazioni.  Il problema, per noi e per la nostra felicità è come noi stessi intendiamo e viviamo questi ruoli.

Se gli estranei ci leggono in base al loro modo di pensare, alle loro esperienze, come ci vediamo noi?

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Prendiamo ad esempio il lavoro.

Spesso veniamo valutati  e addirittura identificati con il lavoro che facciamo, ma a prescindere dal giudizio altrui, come ci percepiamo noi?  

Se amiamo il lavoro che facciamo, non ci importa, anzi può essere persino gratificante (essere il mega  presidente dei monopoli mondiali riuniti può sicuramente fare un certo effetto).  Ma se, al contrario, non amiamo il nostro lavoro, se lo percepiamo come un peso,  se non lo troviamo soddisfacente o in  linea con i nostri valori, o se non abbiamo un lavoro, essere identificati con cosa facciamo può essere molto pesante. 

Iniziamo allora a non cadere noi in questo tranello. Ricordiamoci:

Noi svolgiamo un lavoro,

ma noi NON siamo il nostro lavoro!

Ripetiamolo spesso, finché diventa un concetto che sentiamo nostro, anche a livello emozionale.turkey-Fotor

E’ un esercizio molto utile, questo! Anche e forse soprattutto per il mega presidente dei monopoli mondiali riuniti, che magari può smettere di girare attorno come un tacchino tronfio e recpurare un po’ di autenticità! 😀

Separare chi sono da ciò che faccio  è un primo passo importante  (e non solo per quanto riguarda il lavoro!) che consente:

  • di osservare la situazione  da una diversa angolazione:
  • di poter chiarire a noi stessi che cosa vogliamo davvero, dove siamo e dove vogliamo arrivare?
  • di trovare nuovi modi di affrontare il problema, che sia cambiare o restare.

Come sempre non esistono bacchette magiche, ma tanti piccoli passi che possono fare la differenza. Pensate alla vostra situazione lavorativa (e poi magari analizzate anche vostri ruoli):

  • Vi trovate o vi siete trovati a identificarvi con il vostro lavoro/ruolo?
  • Come vi sentite in merito?
  • Dopo aver provato  l’esercizio, percepite dei cambiamenti?

Come sempre vi invito a condividere nei commenti le vostre impressioni e, se volete approfondire qualche punto,  scrivetemi un ‘email 🙂

Vi aspetto con gioia!

Elena

labottegafelicitacounseling@outolook.it

Accettazione o Rassegnazione? Se si tratta di scegliere…

La vita è difficile.

Ehi, che notiziona! Si doveva proprio leggerlo, per scoprirlo… 😎

Di problemi ce n’è davvero per tutti.

A volte sono situazioni “esterne”, su cui abbiamo poco margine di intervento: una malattia, nostra o di un nostro caro, un lutto, un licenziamento… 

In molti altri casi invece si tratta di problemi che  magari hanno origine da un evento esterno, ma che sono poi ingigantiti dal nostro modo di pensare: “mi ha lasciato perché non valgo niente” “Non sono mai capace di combinare qualcosa di utile” “ Non troverò mai un compagno perchè sono troppo  bella/brutta/magra/grassa/scema/intelligente…” (eh sì, siamo davvero abili a complicarci l’esistenza).

E può capitare che, quando ci stiamo crogiolando tranquilli nel nostro mare di m… ehm, di molti problemi, pensando che la vita è uno schifo, che noi siamo terribili, che non se verrà mai fuori, che niente cambierà mai (a ciascuno la sua lamentela preferita), arriva lo pseudo guru di turno a dirci che dobbiamo “accettare”.

Col cavolo, viene da dire, o per lo meno è quello che è venuto in mente a me  quando, per la prima volta, mi è stato proposto di “accettare”. Ma come, ho pensato, sono arrivata a questo punto per cambiare le cose, per migliorare la mia vita, per migliorare me stessa e mi si sta dicendo che devo accettare??? Scherziamo?? Per me è stato un concetto davvero difficile da digerire. Anche perché mi sono scontrata con un mio pensiero un po’ distorto, ovvero che accettazione fosse in definitiva un sinonimo di rassegnazione. Concetto che mi ha sempre infastidito parecchio, forse perché hanno cercato in molti di inculcarmelo in mente, ma è uno stile di vita che non mi è mai appartenuto.

E’ solo quando ho capito che si tratta di due concetti ben diversi che ho iniziato a considerare l’idea di accettazione (della vita e dei suoi problemi, ma soprattutto di me stessa) come un inizio per creare quel miglioramento che andavo cercando.

Che siano due concetti diversi si comprende già dal loro dal significato intrinseco:

Rassegnazione è (e qui copio dal dizionario): “Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere: soffrire, patire con santa, eroica rassegnazione;(AMEN – n,d,a))

o ancora: 

“la disposizione, considerata virtuosa, di chi si adegua consapevolmente a uno stato di dolore o di sventura”.

Penso che sia sufficiente la definizione per capire che NON è certo questo che vogliamo per noi e per la nostra vita, (nonostante a una parte della nostra cultura piacerebbe moltissimo una massa di rassegnati)!

E, a dispetto di quanto recita il dizionario, non sempre la rassegnazione è virtuosa (scusate, mio parere personale).

Accettazione, invece, vuol dire “prendere in carico”: è una azione-attiva. 

woman-2944070_640Certo, la rassegnazione ha in sé una componente di accettazione, ed è vero anche il contrario: accettare  vuol anche dire smettere di combattere: contro i nostri difetti, contro le circostanze, le situazioni, i pensieri.  Vuol dire arrendersi, ma è una resa che presuppone anche la volontà di lasciar andare, con gentilezza, con amore, con compassione, per trovare nuovi modi di affrontare le cose, o, se necessario, nuove strade da percorrere.

Accettare è anche smettere di evitare di affrontare le cose che non ci piacciono, di noi, o della nostra vita.

Accettare è un punto di partenza.

Rassegnarsi è un punto di chiusura (non c’è niente che possa fare). A volte è anche una scusa: la frase “che vuoi farci, sono fatto così” vi è familiare? Questa frase non è sintomo di accettazione- attiva! Anche per questo accettare è un primo passo importante per la nostra crescita.

E per capirne il perché, mi avvalgo di una frase di Jodorowsky:

“La cosa importante è accettare se stessi. Se la condizione in cui mi trovo è causa di malessere, è segno che la rifiuto. Allora, più o meno coscientemente, tento di essere diverso da come sono; in definitiva non sono io. Se, al contrario, accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente” 

Per essere davvero noi stessi dobbiamo quindi imparare ad accettare tutto di noi, pregi e difetti, ciò che va bene e ciò che va male.Accettare è ritrovare pace, è guardarci allo specchio osservandoci, ma senza giudicarci. Anche l’accettazione contribuisce a costruire la nostra autentticità, la nostra felicità!

E’ vero che ci sono davvero cose che non possiamo cambiare; e a questo proposito mi viene in mente una bellissima preghiera, che vi riscrivo qui sotto:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza.

Ma per tutto quello che è in nostro potere cambiare, per poco o tanto che sia, accettiamo, non giudichiamo, e diamoci da fare, senza rassegnarci, ma con gentilezza, rispettando i nostri tempi, e ricordando che anche un piccolo gesto, una piccola azione a volte ha effetti di portata stupefacente!

Proviamo a pensare, stasera, ci sono situazioni in cui siamo riusciti ad accettare? E altre in cui è invece ancora difficile? Se volete, condividete nei commenti o scrivetemi una mail se volete approfondire.

Vi aspetto con gioia

Elena

 

Felicità è andare oltre al pensiero

L’altro giorno mi sono svegliata in piena notte con l’orribile pensiero di essermi dimenticata una firma su un documento importante. Nel dormiveglia ho proprio visto il documento senza quella benedetta firma. Mi sono immaginata anche le conseguenze funeste. Tutte, e una più devastante dell’altra. Poi mi sono immaginata come avrei reagito, sperimentando ogni ipotesi, dalla fuga, alle lacrime, allo scaribarile (ammetto la vigliaccheria del momento), alla presa di responsabilità, che,guarda caso, alla fine è sempre la soluzione che rasserena di più, perchè riporta la mente alle sue capacità razionali di trovare soluzioni; nel caso specifico, banalmente, ammettere la mancanza, ritrovare il documento e firmarlo.  Solo a questo punto, dopo almeno un paio di ore di insonnia, ho potuto riprendere a dormire…

PECCATO (anzi, per fortuna) che quando al mattino ho controllato le carte.. , erano tutte a posto!!!

Insomma, mi sono rovinata il sonno solo per un pensiero….

Mi è venuta in mente una citazione di Aristotele:

Se c'è una soluzione, perché ti preoccupi?
Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi?                                                  Aristotele

La verità è che c’è sempre una soluzione per tutto; questo pensiero ha su di me un effetto incredibilmente rasserenante, a prescindere dal fatto che so benissimo che la soluzione potrebbe anche essere ben diversa da ciò che mi aspetto.

Fiducia.

Alla fin fine si tratta solo di questo: la fiducia consente di andare oltre ai limiti del proprio pensiero e ritrovare forza, con un pizzico di leggerezza.

La mia  “frase” per entrare in modalità “fiducia” è proprio “c’è sempre una soluzione per tutto”. Qual è la vostra? Se volete, condividetela nei commenti 🙂

feather-3010848_640Sogno scie
di aerei impazziti
nelle loro rotte ingarbugliate
di fili di fumo neri
attaccarsi con foga
a nuvole di  sogni infranti
ma non ancora abbandonati.

Vedo gabbiani
planare striduli in volo
e osservare stupiti.
                                  E perché non si curano 
                                  di poter cadere
                                  si trasformano in piume 
                                  per giocare con il vento

Come essere felici di fronte a un “muro” di problemi

Buon lunedì a tutti!

Oh, no. Quanto detesto questo augurio, specialmente quando suona la sveglia… e inevitabilmente la mente corre a tutte le cose che avrò da affrontare durante la giornata e durante la settimana @_@

E fosse solo il  lunedì Ci sono periodi in cui, a prescindere dal giorno della settimana in cui ci troviamo, ci sembra di essere immersi in una serie di situazioni, di cose da fare, di tempo che manca e di problemi che sembrano più grossi di noi. Sembra quasi che ci manchi il respiro (e in questi casi, concedersi alcuni respiri profondi è già un grande aiuto!)

A volte la vita  ci sembra davvero troppo complicata, una matassa di nodi impossibile da sbrogliare, non sappiamo da che parte girarci, da dove iniziare.  Il frastuono del mondo attorno a noi non ci aiuta: viviamo in una perenne cortina di fumo in cui consumismo, materialismo, ideologie sbagliate, falsi miti, insegnamenti e abitudini ormai consolidate in noi ci confondono. Noi stessi siamo abilissimi a complicarci la vita!  Come si fa ad essere felici in questo frangente e a venire a capo dei misteri della vita???

“Devo andare”. preferirei passare il resto della vita qui, nella cucina accogliente di Aibileen, con lei che mi spiega il mondo. Proprio per questo mi piace tanto: prende le cose più complicate della vita e le avvolge in pacchettini piccoli e semplici che ti stanno giusti giusti in tasca.

                                                       Kathryn Stockett (“The help”)

 

fullsizeoutput_e74Capita insomma di sentirci talvolta sopraffatti dai nostri problemi, come se di fronte alle difficoltà della vita ci trovassimo davanti a un muro insormontabile: ci  sbattiamo contro, ci giriamo intorno, proviamo a scavalcarlo, ma non ne veniamo  a capo : e allora ecco, rabbia, frustrazione, angoscia, scoraggiamento…

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Quando proviamo questo senso di impotenza, adottiamo il metodo di Aibileen: ovvero.. proviamo a “spacchettare”  il muro, scomponendolo  nei suoi piccoli, semplici, mattoni.

A un certo punto potremmo avere la sensazione di ritrovarci con.. un pugno di mattoni, senza sapere cosa farne…non facciamoci prendere dallo sconforto, la buona notizia è che non siamo più di fronte a un muro insormontabile!

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Vi faccio un esempio di “spacchettamento” : mettiamo di svegliarci sapendo di dover svolgere una mole immensa di lavoro, tutto con scadenze ravvicinate. E poi la figlia da accompagnare dal dentista, la spesa, la casa da sistemare, l’appuntamento con l’amica per l’aperitivo, per poi correre a casa, preparare la cena e per finire, una catasta di roba da stirare: insomma, la classica giornata tipo per molti di noi.  Come “spacchettarla”? Stabilendo ad esempio delle priorità: che cosa è davvero più urgente fare?  Sul lavoro, ad esempio, c’è qualcosa che possiamo rimandare o delegare ad altri? Altra soluzione potrebbe smettere i panni della superwoman (o di superman): dobbiamo davvero davvero fare tutto noi? e tutto-e-subito? E ancora diciamo qualche NO: non cediamo alla tentazione di essere perfetti o di avere tutto sempre sotto controllo: la figlia grandicella magari al controllo settimanale dal dentista per una volta può andare da sola e per cena ci può stare di ordinare la pizza o cavarsela con prosciutto e insalata, senza troppi sensi di colpa… ogni problema ha la sua soluzione!

Ciò che trovo importante è, una volta stabilite le priorità concentrarsi su quello che si sta facendo in quel momento, senza più pensare a ciò che occorre fare dopo.

E’ sicuramente più semplice affrontare mattone per mattone, spolverarlo, levigarlo, ridipingerlo, risistemarlo…affrontiamo UN problema per volta, mettiamo in atto piccoli passi per raggiungere la soluzione, per stare meglio.  tante piccole gocce fanno il mare! Concentriamoci su una cosa alla volta e, soprattutto, se abbiamo un problema in un  ambito della nostra vita (lavoro, relazioni, salute) non generalizziamo cadendo nella trappola del “mi va tutto male”: sistemiamo un mattone, un tassello per volta.

e se è vero non esistono bacchette magiche, ci vuole lavoro, tempo, pazienza, ma alla fine i risultati arrivano!

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(anche se per cena si mangia tutti pane e prosciutto)

Vi siete mai trovati in una situazione simile? quali sono state le vostre soluzioni? Scrivetelo nei commenti, mi farà piacere e ci darà altri spunti nel (quotidiano) viaggio per la felicità!

 

Siamo come onde

 

Ma come: nello scorso articolo

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/16/si-puo-vincere-la-pigrizia/ )

ho spiegato come combattere la pigrizia ed ora la elogio?

Sì.

Perché la vita è bella proprio perché non è mai la stessa.
La vita è alternanza.
La vita ci sfida a cambiare in ogni singolo istante e  lo sperimentiamo sin dall’ attimo baby-2242635_640preciso in cui apriamo gli occhi su questo mondo, con il respiro: con quel soffio di aria che entra, nutre, attiva e pretende vita  (inspirazione) per poi lasciarsi andare (espirazione).
L’energia è yin e yang, femminile e maschile.
Il tempo alterna il giorno e la notte, il sole e la luna, la luce e il buio.
Alla primavera e all’estate subentrano l’autunno e l’inverno.
Al caldo, il freddo (e poi torna il caldo).
Dopo la veglia arriva il sonno,
dopo l’azione ci deve essere riposo.
E non c’è giusto e sbagliato, se ogni cosa si manifesta al momento, nel modo in cui serve che arrivi.

L’energia è azione, ma è anche sapersi rigenerare.
Non è una questione di quantità, ma di qualità.
Spesso bastano tre, cinque respiri profondi per “riposare” e recuperare l’energia che ci serve.

Pensiamo alle onde del mare in una giornata tranquilla. Immaginiamoci seduti sulla riva ad osservare la grazia, la fluidità del movimento incessante: riuscite a vedere l’acqua che sale, l’acqua che scende? Che sensazioni provate? Per me è energia, e pace allo stesso tempo.

Pensiamo ora alla nostra vita.

sea-2588484_640I ritmi di alternanza sono fluidi come le onde del mare?
O assomigliano piuttosto a un mare in tempesta?
E’ un ritmo armonioso o sincopato?

Tornate ora alle vostre sensazioni: come vi sentite ora? Se provate una sensazione di fastidio, di irrequietezza, forse è arrivato il momento di prendervi una pausa di riposo…

Vi propongo un piccolo esercizio.

Sempre pensando alle onde del mare, chiudete gli occhi, rilassatevi, e portate l’attenzione al vostro respiro. Concentratevi sull’aria che entra e sull’aria che esce, in un moto fluido, scorrevole, rotondo, calmo come il mare in una sera d’estate. Sentite sulla pelle la carezza dell’acqua, del sole e di una brezza gentile. Sentitevi come una piccola onda. Sincronizzatevi  sul suo movimento, sincronizzatevi il respiro. Per qualche minuto.

Come vi sentite, adesso?

 

Respiro di vitasea-2561017_640

Vorrei che andaste incontro al sole e al vento
con la pelle più che con il vestito
perchè il respiro della vita
è nella luce del sole
e la mano della vita è nel vento

(Kahil Gibran)

Si può vincere la pigrizia?

 

Nei due precedenti articoli, che potete trovare qui

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/06/flow-il-flusso-della-felicita/

e qui:

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/01/30/sbagliare-o-non-sbagliare-questo-e-il-problema/
ho parlato dell’importanza di non aver paura di sbagliare e della pienezza di vivere nel “flusso” e, di conseguenza, di quanto sia fondamentale agire.
Oggi vorrei affrontare un particolare atteggiamento che spesso ci ostacola: la pigrizia.

La pigrizia è un nemico subdolo, che spesso ci impedisce di realizzare chi siamo (e quindi anche la nostra felicità).

Certo, abbiamo tutti bisogno di una buona dose di ozio,  di prenderci una pausa dalla frenesia quotidiana. Spesso le idee migliori nascono proprio in questi momenti pigri, lenti, rilassati.
La vita è alternanza. Non possiamo vivere sempre di corsa e questo lo sperimentiamo tutti, e tutti i giorni, quando i troppi impegni, le troppe preoccupazioni, il troppo lavoro ci causa stress.

All’azione deve corrispondere il riposo. In questo il “non fare” è necessaria fonte di benessere.
Ma è vero anche il contrario: al riposo, all’inattività, deve corrispondere l’azione!

Nessuno si definirebbe pigro di propria spontanea volontà, ma vi siete mai chiesti qual è il vostro grado di pigrizia? – provate a soffermarvi su queste domande:

Quanto avete la tendenza a evitare problemi o conflitti?
Quanto siete accondiscendenti per “quieto vivere”?
Quanto tendete a rimandare (per poi magari dover correre)?
Avete letto mille articoli e libri di crescita personale, ne avete tratto spunti interessanti, ma sono restati pensieri astratti?
Quante volte vi scusate per non aver fatto qualcosa perché “tanto non serve a niente”?
O  vi aspettate che li problemi, l’amore, il lavoro, si risolvano con un tocco di bacchetta magica (se la trovate avvisatemi, grazie! 🙂 )?
Vi capita molto spesso di non uscire o di non fare qualcosa perché “costa fatica”?
Quante volte, più banalmente, vi capita di lasciare piatti da lavare nel lavandino (sperando che si lavino da soli….)?

Essere pigri non è solo restare sdraiati mollemente sul divano. E’ anche evitare di fare, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e dei propri risultati. Ecco perché essere pigri  pone dei veri e propri limiti alla vita di tutti i giorni.

La buona notizia e che è la pigrizia si può vincere.

Con due risorse importanti: che tutti noi abbiamo (magari si tratta solo di farle emergere e di..allenarle un po!)

1) Discernimente
Il discernimento è saper leggere, senza giudizio, ma onestamente, le proprie azioni. In questo caso è saper distinguere quando il “non fare” è per un legittimo bisogno di recuperare energia oppure vera e propria pigrizia.
Riconoscere la pigrizia, diventarne consapevoli, è il primo passo per superarla (senza cadere nell’errore opposto, l’iperattività fine a sé stessa.)

2) Non giudizio!
Se abbiamo riconosciuto degli ambiti in cui siamo particolarmente pigri, non colpevolizziamoci, non giudichiamoci, peggioreremmo le cose se ci facessimo “paralizzare” da sensi di colpa!

3) Volontà
La pigrizia nasce spessissimo da una volontà debole (e questo è un concetto fastidioso e difficile da digerire, lo so).
Ma la volontà si può allenare. Iniziando da piccole azioni quotidiane,
Chiediamoci: che cosa possiamo fare (di piccolo) ?
Iniziamo con un obiettivo piccolo, un passo per volta, ma concreto, realizzabile, chiaro e preciso. Un piccolo impegno che prendiamo con noi stessi, prima di tutto.

Ricordiamoci anche che “azione” non vuol dire affannarsi e correre in continuazione senza meta, senza senso, senza ragione 🙂
4) Chiedere aiuto
Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto: se ci sente ascoltati, capiti, incoraggiati, se c’è qualcuno che ci aiuta a fare chiarezza in noi stessi, qualsiasi compito diventa più leggero!
La seconda buona notizia è l’effetto moltiplicatore.
Sarete stupiti dal constatare di come, una volta messa al bando la pigrizia, sperimenterete da subito un aumento di energia, di positività di voglia di fare.

E paradossalmente, una volta che ci siamo messi in moto, sapremo apprezzare molto di più, e rendere utile, anche i (beati) momenti di puro ozio!

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È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.
Jerome K. Jerome 
 (Pensieri oziosi di un ozioso)

Sbagliare o non sbagliare? Questo è il problema…

Si sbaglia sempre. Si sbaglia per rabbia, per amore, per gelosia. Si sbaglia per imparare. Imparare a non ripetere mai certi sbagli. Si sbaglia per poter chiedere scusa, per poter ammettere di aver sbagliato.Si sbaglia per crescere e per maturare. Si sbaglia perché non si è perfetti, si è umani.”
 
Bob Marley  

Si dice che Edison abbia fatto quasi 2000 tentativi prima di mettere a punto la sua lampadina; eppure non ha mai mollato.

Michael Jordan sa elencare con precisione quasi ogni tiro sbagliato della sua lunga carriera, ogni partita persa, ogni tiro decisivo mancato. Ma considera ognuno di questi errori la base del suo successo.

error-3060993_640Mettiamoci pure l’anima in pace: sbagliare è inevitabile, prima o poi un errore lo commettiamo tutti. A scuola, a casa, nel lavoro, nelle relazioni, nella vita, praticamente nessun ambito della nostra esistenza ne è escluso. E se qualche errore è davvero minimo (una cena bruciata o immangiabile non è certo la fine del mondo) a volte commettiamo davvero sbagli clamorosi. Con conseguenze anche pesanti.

Ho letto di recente un bell’articolo di Frederick Franget sulla rivista “Mind” di LeScienze (gennaio 2018) proprio su questo argomento.

Franget si interroga sulle diverse modalità con cui si reagisce agli errori. Proviamo a pensarci. Come reagiamo, noi, di solito?

C’è chi generaliizza: non si limita cioè a riconoscere ciò che è solo UN errore, più o meno grave, ma si butta giù pensando “io sono sbagliato”. A scuola mi hanno insegnato bene l’uso del lessico, e quanto può fare la scelta delle parole che utilizziamo: c’è una bella differenza tra “io sono sbagliato” e “io ho sbagliato”! Il primo è un giudizio sulla persona, il secondo considera il comportamento: che cosa è più funzionale? Anche per rimediare all’errore commesso?

Poi c’è chi proprio non ammette errori: anche la più piccola sbavatura rispetto all’immagine perfetta di noi o di come dovrebbe essere la nostra vita si trasforma in una tragedia. Chiediamo troppo a noi stessi, ma se cercare di migliorare è sempre uno stimolo in più, tendere sempre alla perfezione in ogni campo può causare ansia. Si può arrivare ad essere sempre più ambiziosi, ma si può anche ottenere l’effetto opposto: per la paura di sbagliare possiamo paradossalmente diventare mediocri. Ovvero, tendere a obiettivi più modesti, ma più facilmente raggiungibili, rispetto alle nostre ambizioni, alle nostre capacità. Si riduce l’ansia, certo; per contro l’insoddisfazione è in agguato dietro l’angolo.
Se poi la stessa ansia da perfezione la proiettiamo anche sugli altri, quanto si complicano le nostre relazioni…

La paura di sbagliare può portare a un livello di insicurezza tale da spingere a un’eterna incertezza, paralizzante: per paura, alla fine, non si prendono decisioni. Oppure si procrastinano sino all’ultimo, quando proprio non se può fare a meno (e poi dobbiamo correre contro l’ulteriore tensione di non avere tempo sufficiente per farcela).

Chiaro: sbagliare non fa piacere a nessuno.

Però mistake-1966460_640gli errori fanno parte del nostro bagaglio. E cercare a tutti i costi di evitarli può portare a commettere errori ancora più clamorosi. A vivere di rimpianti. Ad accontentarsi. A non raccogliere mai le occasioni che ci si presentano, le sfide, le avventure.

Non dico che bisogna essere incoscienti. La paura è un istinto innato che serve anche a preservarci. Dico che ogni tanto dobbiamo avere coraggio ed osare di mettere il naso fuori dalla nostra zona di comfort e ..buttarci. Sapendo anche che possiamo sbagliare, ma che dai nostri errori avremo magari qualcosa da imparare.

Certo, se sbagliamo, dobbiamo prenderci anche la responsabilità che dai nostri errori deriva, anche se le conseguenze a volte possono essere spiacevoli, difficili (a volte persino imbarazzanti!).

Ma forse a volte, dopotutto, è meglio mancare il bersaglio piuttosto che restare sempre in panchina e non sbagliare mai.

Il viaggio: il primo passo dipende da noi!

Verso l’infinito e oltre!
(Buzz Lightyear da Toys’ Story)

Spesso e volentieri siamo noi stessi l’ostacolo più grande alla ricerca e alla costruzione della nostra felicità.

Non ci autorizziamo ad essere felici. 

Capita che, a volte, ci portiamo sulle spalle un’educazione per cui prendersi del tempo per noi stessi è considerato egoismo, non parliamo poi dell’essere felici!
Cresciamo all’ombra del comandamento “prima il dovere e poi il piacere”, in cui il dovere alla fine tende sempre a prevalere, anche oltre al comune senso di responsabilità (non per niente lo stress è uno dei mali maggiori della nostra società!)

In quest’ottica diventa proprio difficile sapere dire di no.

Talvolta siamo talmente abituati ad anteporre i bisogni degli altri ai nostri, o a paludarci dietro bisogni esteriori, superficiali che non sappiamo più nemmeno che cosa vogliamo, che cosa ci farebbe stare meglio. Ci sentiamo persino egoisti al solo pensiero di avere NOI bisogno di qualcosa!

Eppure, tutti abbiamo i nostri bisogni da soddisfare, necessari per la nostra sopravvivenza e per la nostra evoluzione, da quelli indispensabili per la nostra stessa sopravvivenza fisica (fame, sete…) ai bisogni di sicurezza, di appartenenza, di successo, di realizzazione di sé.

Ed è’ importante comprendere questi nostri bisogni, le nostre aspettative, i nostri desideri o aspirazioni più profondi, veri, autentici. Il bisogno è una mancanza che noi percepiamo, che ci porta disagio, ed è anche la molla che ci spinge ad agire. Ci muoviamo in una direzione, e quella direzione è determinata anche dai nostri bisogni.

Negarli è deleterio, causa stress, insoddisfazione, repressione, ansia.

Riconoscerli, soddisfarli, non è egoismo, è prendersi cura di sé e solo in questo modo potremmo prenderci cura anche degli altri!

Certo, a volte confondiamo felicità con  la ricerca del piacere a tutti i costi e questo  ci può sopraffare e spingere verso direzioni se non sbagliate, quanto meno poco funzionali: cerchiamo scorciatoie per essere felici, e il mondo ne è pieno: alcol, droghe, pornografia, persino la tv, i social, il cibo… Ma questa non è felicità! Veniamo bombardati continuamente da stimoli che alla lunga ci allontanano da noi stessi. Non dimentichiamo mai che solo rispettando noi stessi possiamo imparare a riconoscere e a rispettare anche il mondo in cui viviamo e la gente che ci circonda.

Eppure spesso non sappiamo leggere i nostri bisogni, pensiamo di non averne, oppure ci aspettiamo che siano gli altri a soddisfarli…

Neheart-1998051_640lla mia ricerca, mi sono imbattuta in un metodo piuttosto curioso per entrare in contatto con i propri bisogni, proposto da Igor Sibaldi: la tecnica dei 101 desideri. Questa tecnica consiste, brevemente, nello stilare una lista di 150 desideri per poterne poi estrapolarne 101. Al di là della promessa, quasi cabalistica, di vedere realizzati alla fine questi desideri, scrivere questa lista mette obbligatoriamente a contatto con i propri bisogni, sogni, desideri, aspettative. 150 desideri è un numero enorme: ma, promette Sibaldi, se si insiste, con questa tecnica cambia il modo con cui si osserva il mondo, offrendo una maggior percezione dei propri bisogni, non solo materiali, e anche delle opportunità che ci si presentano. Soprattutto ci si allena a chiedere, e all’idea di ricevere. Se non abbiamo percezione dei nostri bisogni, infatti, spesso è proprio perché, per educazione magari, non ci autorizziamo o non siamo abituati a ricevere.

A prescindere da tecniche più o meno esoteriche o sofisticate, abituarsi a scrivere, di getto, senza pensare, lasciando emergere tutte, ma proprio tutto ciò che ci attraversa la mente, senza censure, è un potentissimo strumento di scoperta di sé stessi. Anche per scoprire i nostri bisogni.

Provate!
Che cosa è emerso?
E’ stato facile o difficile?
Siete stupiti del risultato ottenuto?

Fatemi sapere!