Rinascere

Rallegrati,

quando a volte non ne puoi più,
Se senti forte l’impulso di viaggiare,
di correre, di sognare.
Se ti senti le ali tarpate.

Se gli abbracci ti mancano come l’aria
Se hai bisogno di aria, di respirare senza mascherine,
Di indossare scarpe nuove per percorrere nuove strade.

Rallegrati.

E’ la vita che sussulta e preme.

E torneranno,
sì, torneranno,
i prati che si risvegliano a primavera,
il mare e il cielo,
e tra vento e nuvole
nuovamente si apriranno orizzonti.

Perchè se c’è inverno c’è poi primavera
e al venerdì santo,
dopo tre giorni,
sempre, sempre
ritorna la Pasqua.

E, nonostante tutto,
ciò che si respira a primavera
è un intimo e profondo
senso di rinascita.

E’ la vita che scorre.

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Del cucinare e dei piatti pronti

Da un po’ di tempo mi cullava, un po’ oziosamente, l’idea di mettermi a dieta (che idea originale, vero?)

Però….

Questa non va bene perché si mangia solo miglio.
Questa no perché ha solo proteine e niente carboidrati.
Questa nooo, troppi carboidrati, ma si può?
Questa è troppo triste.
Quest’altra prevede solo cibi esotici e costosi.
Questa è base di cavoli e radicchio, non se parla nemmeno.
Questa è troppo punitiva…

Insomma, ogni scusa era buona per non cominciare.

E poi ne ho trovata una non triste, molto varia, sana, colorata, persino gustosa e anche divertente, perchè mi ha messo in contatto con molte altre persone, alcune diventate vere amiche: uno stile di vita più che una dieta. Evvai!

Certo ci sono alcune rinunce: ovvio, niente dolci, niente vino… ma insomma una dieta è pur sempre una dieta.

L’altro problema è che per essere varia, sana, colorata, gustosa ecc…. occorre cucinare tanto (per i miei standard). Insomma, niente scorciatoie e soprattutto.. niente comodi piatti pronti!

Si, ma cosa c’entra tutto questo con il counseling ?

C’entra, c’entra.
Ci sono molte affinità tra il cucinare e il counseling!

Quando parlo per la prima di volta con qualcuno di counseling o comunque di crescita personale, mi accorgo molto spesso, dalle domande che mi vengono poste, che le persone vorrebbero avere una bacchetta magica che risolva in un istante tutti i loro problemi. E storcono il naso quando si rendono conto che così non è.

In pratica, si aspettano la “dieta miracolosa” rapida, senza rinunce, senza fatica, e a base di piatti pronti (e senza cavolo e senza radicchio).

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Non è così, niente bacchette magiche purtroppo.

Però quando iniziano a rendersi conto:

– che ogni progresso richiede un cambiamento, piccolo o grande che sia e di uscire da quelle abitudini che magari ci fanno sentire nostro agio, ma che possono non essere funzionali per raggiungere i nostri obiettivi;

-che impegnarsi per la propria crescita può essere sicuramente faticoso, talvolta, ma che poi i risultati premiano,

– che alla fine gran parte del risultato dipende solo da noi,

allora diventa tutto più semplice. Il primo passo è compiuto.

E poi?

Poi succede che ogni risultato positivo sprona a proseguire, proseguire comporta raggiungere nuovi risultati, nuovi risultati incitano a proseguire…. e così via. Diventa uno stile di vita, non più “una dieta”.

Certo, ci saranno rinunce, fatiche, bivi, periodi di sconforto e battute d’arresto, ma una volta iniziato, impegnandosi, non scoraggiandosi, quegli obiettivi che inseguiamo da tanto, quei cambiamenti desiderati arrivano.

E ci prende gusto.

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Proprio come cucinare può dare soddisfazione, è un gesto creativo, che a volte richiama alla mente antichi rituali, gestualità dimenticate. Odori, colori e sapori si mescolano tra di loro per assumere nuove forme e consistenze: partendo da pochi ingredienti si possono creare capolavori. Con molta più ricchezza e gusto rispetto a un piatto pronto!

E il counseling in fondo è come cucinare: riscoprire le risorse che tutti a noi abbiamo a disposizione (tutti) e creare un’ opera d’arte autentica e d’autore: la nostra vita.

Con un pizzico di sapienza, di saggezza e, indispensabile, un tocco di giocosità.

E a voi piace “cucinare”?

“Mi hanno rubato il futuro”? Ma anche no!

“Mi hanno rubato il futuro”

E’ una frase che si sente molto, in questi giorni.
A maggior ragione ora che una nuova ondata di contagi allontana ancora la speranza di una prossima fine di questa (malefica!) pandemia.

Sono giorni in cui i sogni nel cassetto, i progetti, gli obiettivi che avevamo sembrano aver perso la propria consistenza, in giornate “fotocopia” che si succedono da ormai più di un anno.

E’ una sensazione che non ci fa stare bene, può creare ansia e stress (non a caso l’uso di ansiolitici è parecchio aumentato nell’ultimo anno ). Spesso ci si sente svuotati, privi di energia.

Sembra quasi di vivere in un mondo parallelo che non ci appartiene e da cui non possiamo fare altro che osservare la nostra “vera” vita allontanarsi…

E voi, come state vivendo questa (ennesima) ondata di chiusure e contagi?

Provate un senso di oppressione, con poca voglia di reagire?
Oppure di impotenza, inadeguatezza, inutilità?
Provate stanchezza, irritabilità, noia, cattivo umore?
A che livello è la vostra gioia di vivere, di leggerezza, di ridere?
E le vostre relazioni, i rapporti sociali?
Che rapporto avete con il vostro corpo? Mangiate troppo o troppo poco, fate movimento fisico?

A solo leggere questa lista sento l’energia calare a picco… eppure sono stati d’animo che prima o poi quasi tutti abbiamo provato in questo periodo.

ma…

Fermi tutti!

C’è una buona notizia.
Uscirne si può!

Come?

Adottando nuovi approcci, nuovi punti di vista.
Riconsiderare il presente, il passato e il futuro.
Non più concetti statici e prestabiliti, ma stati fluidi, impermanenti, da comporre e scomporre in continuazione.
Ciò che è stato non è per sempre, così come ciò che è ora e ciò che sarà domani.
Tutto scorre, tutto muta, tutto si disfa e si crea in ogni istante.

Questo periodo ci sta dando l’opportunità di capire che cosa è importante per noi e che cosa lasciare andare.
Di non dare più per scontate molte cose.

Può sembrare destabilizzante, e in parte lo è, ma è anche una grande opportunità: la capacità di prendere in mano la propria vita, nonostante tutto. Con responsabilità (respons- abilità: capacità di trovare risposte).

E’ il momento per compiere i primi passi per riaprirci anche al mondo esterno, alla vita. Trasformare pensieri e parole in piccole azioni.

Due grandi aiuti possiamo ottenerli dalla mindfulness, cioè dall’attitudine di vivere nel momento presente e da esercizi di respirazione.

La mindfulness ci aiuta a non preoccuparci.
ll respiro, che è fluidità e, allo stesso tempo, è un punto fermo a cui ancorarci nell’impermanenza di questo tempo.

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Quando ci sentiamo oppressi, fermiamoci in un angolo tranquillo, con una musica che ci fa stare bene, concentriamoci sul nostro respiro, chiudiamo gli occhi e immaginiamo di trovarci immersi dolcemente in un fiume o in un lago fresco e pulito; proviamo a sentire l’acqua che scorre sulla nostra pelle. Ascoltiamo l’andamento del nostro respiro, anche l’aria fluisce nel nostro corpo, in una brezza gentile.
Tutto scorre.
Creiamo un piccolo spazio interiore in cui stare bene, liberi: un posto speciale che ci accoglie, ci protegge, ci purifica.

E poi, almeno qualche minuto al giorno, coloriamo, balliamo suoniamo, cantiamo, ridiamo.
Non è superficialità, anche nei momenti difficili.
E’ trovare leggerezza anche tra i sassi.
E’ celebrare la vita.

Prendiamoci cura di noi stessi
E recuperiamo i nostri sogni, il nostro futuro, il nostro presente.

Vi aspetto con gioia,
Elena

Il diritto ad essere infelici

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L’infelicità è “un diritto”?

Mi sono arrivati da tante parti, in questo periodo, sia direttamente che indirettamente, messaggi un po’ provocatori sulla felicità. Uno in particolare mi ha colpito:

“Eh già, tu parli di felicità, ma come si può essere felici in questo periodo, tra Covid, crisi, cattiveria imperante, obblighi ecc..? Io proprio non voglio essere felice, rivendico il mio diritto ad essere infelice. Ogni volta che sento parlare di felicità, di buoni sentimenti, ecco, proprio non ce la faccio. Provo un senso di fastidio, quasi di nausea.  Sono infelice, sì, e non me ne pento”.

Se questa frase mi ha colpito è perché, ammetto, mi ci sono in parte rispecchiata. E la cosa mi ha messo un po’ in crisi, ovvio. Ma come, vado predicando che la felicità è a portata di tutti ed ora reclamo anch’io il diritto ad essere infelice?

Sì.

broken-heart-2084321_640Ho vissuto, come tutti, la difficoltà del lockdown, il senso di pesantezza e di estraneità al mondo, la preoccupazione, il distanziamento, il dolore e ho visto la stessa cosa negli occhi di chi mi era vicino. Ho avuto un lutto importante. Ho dovuto liberare  in fretta e furia la casa dei miei nonni, buttando via ricordi di anni e anni. Tutto questo mi ha causato un gran calo di energia, molta rabbia. dolore:  probabilmente sì, infelicità.

Ma è giusto così. Non si può reprimere il dolore, e nemmeno la rabbia. La società di oggi mal vede il lutto, eppure è giusto viverlo. 

C’è un però. E’ giusto reclamare, in questi momenti, il diritto ad essere infelici, a rinchiudersi in se stessi, e sì, se vogliamo anche ad autocompatirci  un po’ (poco, eh?). Ma con la piena consapevolezza  delle nostre emozioni, riconoscendole, dando loro un nome. Non permettendo loro di diventare non un fine, ma di viverle  come un mezzo.  Non permettiamo di farci sopraffare. Viviamo il lutto, viviamo “l’infelicità” proprio per lasciarla scorrere via.

E ricominciare.

Non è un caso che pubblico questo post il 31 agosto. Per molti domani, settembre, è considerato un inizio di anno, un nuovo inizio, una ripartenza. 

Il momento giusto per scrollarsi, recuperare energia, ricominciare appunto;  e vedremo come fare.

Ognuno con il suo tempo, è tempo di rifare pace con il concetto che, se abbiamo diritto all’infelicità, altrettanto, se non di più,  abbiamo diritto alla felicità.

Proviamo questa sera a prenderci pochi minuti per respirare profondamente. Iniziamo a riappropriarci della nostra energia interiore, quella più pura, più profonda, più nostra.

In fondo, la felicità è una “cosa” pratica, che si può imparare e  costruire, giorno per giorno. Diritto all’infelicità compreso (anche questo fa parte del viaggio: l’importante è, come sempre, saper ripartire).

A presto,

Elena

 

 

 

Foto di morgan harper nichols per pixabay

 

Uno dei regali più grandi nella mia vita…

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…anche se all’inizio, a dirla tutta, proprio un regalo non mi è sembrato. Anzi.

 

Talvolta nella vita sembra che tutto si fermi.

Immaginate la scena: state viaggiando con la vostra automobile e, senza motivo apparente, senza pensarci, d’improvviso frenate bruscamente. Non è piacevole! E vi trovate fermi, a domandarvi perché mentre le altre macchine vi sorpassano strombazzando a tutto volume (e magari, anzi probabilmente, non sono solo colpi di clacson che volano).⁉️

Non le vedete nemmeno.  Sapete solo di essere fermi, ma con una gran voglia di correre.

Ci si trova spettatori della propria vita, spettatori del proprio copione. Talvolta con effetti devastanti.

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Avevo poco meno di 40 anni quando mi è capitato. Nel frattempo mi ero diplomata, “vaccinata”, laureata, sposata, partorito tre volte e traslocato almeno altrettante volte, passato attraverso lutti, cambiato lavoro, cambiato città. Non posso certo dire che sia stata una vita monotona, e nemmeno priva di soddisfazioni, anzi, eppure, quando mi sono chiesta come sarebbe stata raccontarla ad altri. mi è venuto da sbadigliare al solo pensiero. 

Poi un giorno, su una rivista, mi sono imbattuta in un’intervista a una signora 80enne che raccontava come, raggiunti i 40 anni, di fronte alla “sua” brusca frenata, si fosse chiesta che cosa avrebbe fatto nel resto della sua vita. Bene, ha ripreso a suonare il pianoforte ed è diventata concertista. Mi spiace davvero molto non ricordarne il nome, perché le devo molto: avermi condotto a pormi la stessa domanda.  Mi ha reso consapevole di quanto sia importante non smettere mai di sognare, di mettersi alla prova, di reinventarsi.

Ovviamente, era qualcosa che già stava maturando in me. E’ proprio curioso come a volte sembra “per caso” di trovarsi davanti a uno specchio (nel mio caso un articolo di giornale) e di vedersi per la prima volta.

L’impatto di questa scoperta non è sempre stato facile: è stato l’inizio di un periodo di crisi, di cambiamento che mi ha creato, in principio, quasi  più problemi che soddisfazioni. Però ora, ripenso a quegli anni  con una sorta di tenerezza e di gratitudine, perché mi hanno portato a riconoscere chi sono, a lasciarmi indietro abitudini e credenze, convinzioni e giudizi che mi bloccavano, ad abbandonare copioni che non mi appartenevano più; ad avere più fiducia in me stessa, a dedicarmi alle mie passioni, magari lasciate un po’ in disparte, come la scrittura ad esempio.

Ho scoperto che è possibile reinventarsi, rispolverando talenti, concedendosi possibilità, andando alla ricerca di nuovi angoli dell’anima e del cuore tenuti nascosti, allineandosi ai propri valori, scoprendo nuovi punti di vista, accettando a volte e a volte ribellandosi. 

Tutto questo grazie all’impegno personale, è necessario voler mettersi in gioco, certo, ma ho imparato anche l’importanza,  in questi momenti, di saper chiedere aiuto.

Grazie quindi al counseling, al breathwork, riprendere il contatto con il mio respiro è stato fondamentale, alla mindfulness; sono grata a chi mi ha accompagnato in un percorso di crescita personale – poco  astratto e molto funzionale- un viaggio incredibile e con risultati che non avrei mai immaginato, lo stesso viaggio che vi propongo ora nei miei percorsi.

Mi è stata regalata una domanda; e la forza e la curiosità di cercare la risposta, la mia risposta.

Un punto interrogativo che ha segnato una svolta, un nuovo inizio.

Un dono importante, uno dei più preziosi che abbia mai ricevuto.

Vi voglio rilanciare allora questo dono: che possiate trovare anche voi la risposta alla “vostra domanda”.

L’avete già trovata?

 

Vi aspetto come con gioia: nei commenti, se volete scrivetemi:

bottegafelicitacounseling@outlook.it

Elena

Come scorre la tua energia?

Ci sono attività che, anche se fisicamente o mentalmente stancanti, in realtà ci riempiono di energia. Altre, magari anche meno impegnative, ci fanno sentire spossati e senza forze.

Prendi ad esempio quando pratichi uno sport che ti piace, o quando fai un lavoro che ti piace: non ti accorgi del tempo che passa e anche se ti stanchi molto, alla fine ci si sente soddisfatti  e “carichi”. Pensa invece quando passi il giorno a compilare i modelli per le tasse, a fare la fila in posta, a discutere con clienti molesti o con la suocera.. capito ora che cosa intendo? Non sono attività fisicamente o mentalmente stancanti, ma quanto dispendio di energia comportano?

Nelle nostre giornate è praticamente impossibile fare solo ciò che ci sembra leggero, piacevole, appassionante e che rande fluida e viva la nostra energia… la nostra è vita è fatta anche da impegni o eventi che eviteremmo volentieri, routine antipatiche, ostacoli: è inevitabile. Però quando le attività “pesanti” prendono il sopravvento, si arriva a sera stanchi, nervosi, frustrati,; avete presente quando si ha l’impressione di non aver combinato niente pur avendo corso tutto il giorno? 

Per fortuna è possibile fare qualcosa per cercare di migliorare la situazione. Vediamo come:

  • Prova  a scrivere un elenco delle normali attività di una tua giornata, poi classificale in “azioni energizzanti” e “azioni svuota-energia”. Da che parte pende la bilancia?
  • Analizza poi le tue azioni “svuota-energia”: quante sono effettivamente utili o necessarie e di quante invece potresti fare a meno (ti stupirà scoprire di quanto possiamo alleggerire  il nostro carico di cose da fare!)  Includi in queste anche quelle azioni che ti fanno sentire impegnata mentre in realtà ti fanno soltanto perdere tempo  (un esempio? passare troppo tempo sul web o davanti alla tv senza nemmeno troppo interesse per  ciò che ci scorre davanti agli occhi, tanto per dirne una).
  • Prova a chiederti infine dove la tua energia vorrebbe incanalarsi. Che cosa potrebbe dare un nuovo vigore, ravvivare la tua vita?  Non è necessario pensare subito a grandi cambiamenti, potrebbe essere sufficiente dedicarsi a un hobby, prendere tempo per una passeggiata, programmare un viaggio… 

E infine un piccolo esercizio  – molto piacevole, prometto! Non riuscirete a dire di no 🙂

Per una settimana impegnamoci  a chiudere la giornata dedicando anche solo 15 minuti di tempo a qualcosa che ci piace, ci rasserena e ci fa stare bene: una passeggiata, ascoltare musica, leggere un romanzo, ballare… concludiamo con un momento di silenzio, con qualche minuto dedicato al nostro respiro. Lasciamolo fluire, pieno, profondo, concentriamoci sull’aria che entra e che esce. Per qualche minuto, restiamo in ascolto.

Senti l’energia scorrere fluida?

Anche questo contribuisce a costruire la nostra felicità (e fa bene all’anima

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“L’acqua della fonte resta fresca e rinfrescante solo se continua a scorrere. In caso contrario diventa insipida e perde la sua forza. sorgente vuole sgorgare dentro di te, ma vuole anche scorrere via, raggiungere gli altri.”

(Anselm Grün – Cosa fa bene all’anima)

Quand’è che la vostra vita è incominciata veramente?

Oggi sono curiosa, e vorrei proporvi una domanda che mi è stata fatta di recente.

 

Quando è che la vostra vita

Ok: sicuramente un punto di svolta epocale (anzi IL punto di svolta per eccellenza) è stato il momento vero e proprio  della nascita!

Ma ci sono altri istanti nella vita che si imprimono nella mente e nel cuore in modo speciale, indelebile, perché  sono stati talmente significativi da aver causato cambiamenti di tale portata, che magari ci hanno anche travolto come tsunami, ma che, a ripensarci bene, possiamo considerare delle vere e proprie rinascite.

Punti di svolta.

A volte si è trattato magari di attimi di felicità intensa, a volte anche senza motivo.

A dieci anni, durante una passeggiata, mi sono trovata sull’orlo della val di Tede, e guardandomi intorno ho pensato che fosse la casa di dio. Mi sono sentita felice e appagata ed è stato uno di quei momenti in cui, sentendoci parte di tutto, il mondo si apre ai nostri occhi in modo nuovo; tanto è vero che è un ricordo indelebile: mi basta chiudere gli occhi per rivivere quella fantastica sensazione; mi sento come tornata a casa.

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Anche i momenti in cui ci si innamora, sono istanti speciali, in cui sembra di rinascere

A volte, invece, i punti di svolta, sono associati a periodi di crisi profonda. 

Sono quei momenti in cui sembra che non ci siano vie d’uscita.

i momenti in cui dobbiamo imparare a lasciar andare (e quanto è difficile!)

i momenti in cui quando qualcuno ti dice “vedrai che passerà” o “guarda che è dalle crisi che nascono le opportunità migliori” tu vorresti solo strozzarlo! 

Di uno dei miei “punti di rinascita” mi ricordo persino la data: era il 16 agosto di qualche anno fa. Mi sono svegliata di punto in bianco, di notte, con questo pensiero: “Ho due strade di fronte a me: o mi lascio andare e cado in depressione, oppure mi do una mossa e do una svolta alla mia vita” . Ovviamente era la sintesi di un lungo periodo di crisi e di riconsiderazione della mia vita, ma mi ha portato a dedicarmi al counseling e continuare in modo più significativo nel mio percorso di crescita personale. A ritrovare me stessa attraverso il respiro, e wow, che cambiamento è stato!

Sì, a pensarci ora, non è stato un periodo facile, ma lo ripercorro quasi con affetto per il bene che ne è nato. E’ consolante pensarlo. Sapere che veramente i momenti di crisi possono nascondere i semi di una nuova vita.

Se ci prendiamo cura di noi.

Se ci crediamo.

 

E, dunque, quand’è che la vostra vita è incominciata veramente?

Se volete, condividetelo nei commenti 🙂

Qui si parla di etichette, di ruoli e di identità personale

  • “Ciao””
  • “Che lavoro fai?”
  • “Quanti anni hai?”
  • “Sei sposata?”
  • “Hai figli?”

Penso che a tutti capiti neanche troppo raramente, di incappare in questa serie di domande (più o meno modificata al bisogno) all’inizio di una conoscenza, sia che ci siano rivolte oppure che siamo noi a porgerle. Sono domande ritenute innocue e neutrali,  giusto per  iniziare a conoscere la persona che ci sta di fronte e sopratutto a inquadrarla.

Uhm.

Attenzione però che quando rispondiamo a queste domande veniamo automaticamente catalogati  (e viceversa) in base al nostro interlocutore. Ecco perché si parla dell’importanza di fare una buona prima impressione: veniamo spesso etichettati nei primissimi minuti di conoscenza, e spesso questa etichetta ci resta incollata addosso e può essere poi difficile venirne fuori. Per giunta, come accennavo prima, le risposte sono filtrate dall’interlocutore, dal suo modo di pensare, dalla sue esperienza, talvolta dall’età a volte persino dall’umore.

Prendiamo la prima domanda. Metti di rispondere  alla domanda che lavoro fai con: “Sono casalinga”

Le reazioni potranno essere queste, ad esempio, a seconda di chi ci troviamo davanti:

  •  Donna/uomo lavoro-dipendenti: “un’altra che non fa niente dalla mattina alla sera”
  • Altra casalinga: “quanto ti capisco!”
  • Attivista per le pari opportunità: “ma ne esistono ancora? Un’altra vittima del sistema”
  • Uomo ageé e nostalgico “Ah, ma allora esistono ancora questi angeli del focolare…”

Oppure se rispondi alla seconda domanda che sei sposata, se di fronte a te c’è…

  • una donna single non per scelta  penserà: “beata te!”
  • una donna single per scelta : “poverina, ma chi gliel’ha fatto fare!!….”
  • un uomo marpione sposato “alè! ci posso provare senza rischiare nulla”
  • un uomo single in cerca dell’anima gemella: “peccato <era> carina….”

ovviamente questi sono casi limiti e aderenti a mooolti stereotipi.

L’esempio mi serve solo per far notare come spesso noi siamo inquadrati dalle persone in base ai ruoli che noi ricopriamo e spesso purtroppo conditi pure da stereotipi e filtrati dalla percezione dell’altro.

Intendiamoci, i ruoli servono e sono utili a scandire le nostre occupazioni.  Il problema, per noi e per la nostra felicità è come noi stessi intendiamo e viviamo questi ruoli.

Se gli estranei ci leggono in base al loro modo di pensare, alle loro esperienze, come ci vediamo noi?

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Prendiamo ad esempio il lavoro.

Spesso veniamo valutati  e addirittura identificati con il lavoro che facciamo, ma a prescindere dal giudizio altrui, come ci percepiamo noi?  

Se amiamo il lavoro che facciamo, non ci importa, anzi può essere persino gratificante (essere il mega  presidente dei monopoli mondiali riuniti può sicuramente fare un certo effetto).  Ma se, al contrario, non amiamo il nostro lavoro, se lo percepiamo come un peso,  se non lo troviamo soddisfacente o in  linea con i nostri valori, o se non abbiamo un lavoro, essere identificati con cosa facciamo può essere molto pesante. 

Iniziamo allora a non cadere noi in questo tranello. Ricordiamoci:

Noi svolgiamo un lavoro,

ma noi NON siamo il nostro lavoro!

Ripetiamolo spesso, finché diventa un concetto che sentiamo nostro, anche a livello emozionale.turkey-Fotor

E’ un esercizio molto utile, questo! Anche e forse soprattutto per il mega presidente dei monopoli mondiali riuniti, che magari può smettere di girare attorno come un tacchino tronfio e recpurare un po’ di autenticità! 😀

Separare chi sono da ciò che faccio  è un primo passo importante  (e non solo per quanto riguarda il lavoro!) che consente:

  • di osservare la situazione  da una diversa angolazione:
  • di poter chiarire a noi stessi che cosa vogliamo davvero, dove siamo e dove vogliamo arrivare?
  • di trovare nuovi modi di affrontare il problema, che sia cambiare o restare.

Come sempre non esistono bacchette magiche, ma tanti piccoli passi che possono fare la differenza. Pensate alla vostra situazione lavorativa (e poi magari analizzate anche vostri ruoli):

  • Vi trovate o vi siete trovati a identificarvi con il vostro lavoro/ruolo?
  • Come vi sentite in merito?
  • Dopo aver provato  l’esercizio, percepite dei cambiamenti?

Come sempre vi invito a condividere nei commenti le vostre impressioni e, se volete approfondire qualche punto,  scrivetemi un ‘email 🙂

Vi aspetto con gioia!

Elena

labottegafelicitacounseling@outolook.it

Accettazione o Rassegnazione? Se si tratta di scegliere…

La vita è difficile.

Ehi, che notiziona! Si doveva proprio leggerlo, per scoprirlo… 😎

Di problemi ce n’è davvero per tutti.

A volte sono situazioni “esterne”, su cui abbiamo poco margine di intervento: una malattia, nostra o di un nostro caro, un lutto, un licenziamento… 

In molti altri casi invece si tratta di problemi che  magari hanno origine da un evento esterno, ma che sono poi ingigantiti dal nostro modo di pensare: “mi ha lasciato perché non valgo niente” “Non sono mai capace di combinare qualcosa di utile” “ Non troverò mai un compagno perchè sono troppo  bella/brutta/magra/grassa/scema/intelligente…” (eh sì, siamo davvero abili a complicarci l’esistenza).

E può capitare che, quando ci stiamo crogiolando tranquilli nel nostro mare di m… ehm, di molti problemi, pensando che la vita è uno schifo, che noi siamo terribili, che non se verrà mai fuori, che niente cambierà mai (a ciascuno la sua lamentela preferita), arriva lo pseudo guru di turno a dirci che dobbiamo “accettare”.

Col cavolo, viene da dire, o per lo meno è quello che è venuto in mente a me  quando, per la prima volta, mi è stato proposto di “accettare”. Ma come, ho pensato, sono arrivata a questo punto per cambiare le cose, per migliorare la mia vita, per migliorare me stessa e mi si sta dicendo che devo accettare??? Scherziamo?? Per me è stato un concetto davvero difficile da digerire. Anche perché mi sono scontrata con un mio pensiero un po’ distorto, ovvero che accettazione fosse in definitiva un sinonimo di rassegnazione. Concetto che mi ha sempre infastidito parecchio, forse perché hanno cercato in molti di inculcarmelo in mente, ma è uno stile di vita che non mi è mai appartenuto.

E’ solo quando ho capito che si tratta di due concetti ben diversi che ho iniziato a considerare l’idea di accettazione (della vita e dei suoi problemi, ma soprattutto di me stessa) come un inizio per creare quel miglioramento che andavo cercando.

Che siano due concetti diversi si comprende già dal loro dal significato intrinseco:

Rassegnazione è (e qui copio dal dizionario): “Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere: soffrire, patire con santa, eroica rassegnazione;(AMEN – n,d,a))

o ancora: 

“la disposizione, considerata virtuosa, di chi si adegua consapevolmente a uno stato di dolore o di sventura”.

Penso che sia sufficiente la definizione per capire che NON è certo questo che vogliamo per noi e per la nostra vita, (nonostante a una parte della nostra cultura piacerebbe moltissimo una massa di rassegnati)!

E, a dispetto di quanto recita il dizionario, non sempre la rassegnazione è virtuosa (scusate, mio parere personale).

Accettazione, invece, vuol dire “prendere in carico”: è una azione-attiva. 

woman-2944070_640Certo, la rassegnazione ha in sé una componente di accettazione, ed è vero anche il contrario: accettare  vuol anche dire smettere di combattere: contro i nostri difetti, contro le circostanze, le situazioni, i pensieri.  Vuol dire arrendersi, ma è una resa che presuppone anche la volontà di lasciar andare, con gentilezza, con amore, con compassione, per trovare nuovi modi di affrontare le cose, o, se necessario, nuove strade da percorrere.

Accettare è anche smettere di evitare di affrontare le cose che non ci piacciono, di noi, o della nostra vita.

Accettare è un punto di partenza.

Rassegnarsi è un punto di chiusura (non c’è niente che possa fare). A volte è anche una scusa: la frase “che vuoi farci, sono fatto così” vi è familiare? Questa frase non è sintomo di accettazione- attiva! Anche per questo accettare è un primo passo importante per la nostra crescita.

E per capirne il perché, mi avvalgo di una frase di Jodorowsky:

“La cosa importante è accettare se stessi. Se la condizione in cui mi trovo è causa di malessere, è segno che la rifiuto. Allora, più o meno coscientemente, tento di essere diverso da come sono; in definitiva non sono io. Se, al contrario, accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente” 

Per essere davvero noi stessi dobbiamo quindi imparare ad accettare tutto di noi, pregi e difetti, ciò che va bene e ciò che va male.Accettare è ritrovare pace, è guardarci allo specchio osservandoci, ma senza giudicarci. Anche l’accettazione contribuisce a costruire la nostra autentticità, la nostra felicità!

E’ vero che ci sono davvero cose che non possiamo cambiare; e a questo proposito mi viene in mente una bellissima preghiera, che vi riscrivo qui sotto:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza.

Ma per tutto quello che è in nostro potere cambiare, per poco o tanto che sia, accettiamo, non giudichiamo, e diamoci da fare, senza rassegnarci, ma con gentilezza, rispettando i nostri tempi, e ricordando che anche un piccolo gesto, una piccola azione a volte ha effetti di portata stupefacente!

Proviamo a pensare, stasera, ci sono situazioni in cui siamo riusciti ad accettare? E altre in cui è invece ancora difficile? Se volete, condividete nei commenti o scrivetemi una mail se volete approfondire.

Vi aspetto con gioia

Elena

 

Felicità è andare oltre al pensiero

L’altro giorno mi sono svegliata in piena notte con l’orribile pensiero di essermi dimenticata una firma su un documento importante. Nel dormiveglia ho proprio visto il documento senza quella benedetta firma. Mi sono immaginata anche le conseguenze funeste. Tutte, e una più devastante dell’altra. Poi mi sono immaginata come avrei reagito, sperimentando ogni ipotesi, dalla fuga, alle lacrime, allo scaribarile (ammetto la vigliaccheria del momento), alla presa di responsabilità, che,guarda caso, alla fine è sempre la soluzione che rasserena di più, perchè riporta la mente alle sue capacità razionali di trovare soluzioni; nel caso specifico, banalmente, ammettere la mancanza, ritrovare il documento e firmarlo.  Solo a questo punto, dopo almeno un paio di ore di insonnia, ho potuto riprendere a dormire…

PECCATO (anzi, per fortuna) che quando al mattino ho controllato le carte.. , erano tutte a posto!!!

Insomma, mi sono rovinata il sonno solo per un pensiero….

Mi è venuta in mente una citazione di Aristotele:

Se c'è una soluzione, perché ti preoccupi?
Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi?                                                  Aristotele

La verità è che c’è sempre una soluzione per tutto; questo pensiero ha su di me un effetto incredibilmente rasserenante, a prescindere dal fatto che so benissimo che la soluzione potrebbe anche essere ben diversa da ciò che mi aspetto.

Fiducia.

Alla fin fine si tratta solo di questo: la fiducia consente di andare oltre ai limiti del proprio pensiero e ritrovare forza, con un pizzico di leggerezza.

La mia  “frase” per entrare in modalità “fiducia” è proprio “c’è sempre una soluzione per tutto”. Qual è la vostra? Se volete, condividetela nei commenti 🙂

feather-3010848_640Sogno scie
di aerei impazziti
nelle loro rotte ingarbugliate
di fili di fumo neri
attaccarsi con foga
a nuvole di  sogni infranti
ma non ancora abbandonati.

Vedo gabbiani
planare striduli in volo
e osservare stupiti.
                                  E perché non si curano 
                                  di poter cadere
                                  si trasformano in piume 
                                  per giocare con il vento