Come essere felici di fronte a un “muro” di problemi

Buon lunedì a tutti!

Oh, no. Quanto detesto questo augurio, specialmente quando suona la sveglia… e inevitabilmente la mente corre a tutte le cose che avrò da affrontare durante la giornata e durante la settimana @_@

E fosse solo il  lunedì Ci sono periodi in cui, a prescindere dal giorno della settimana in cui ci troviamo, ci sembra di essere immersi in una serie di situazioni, di cose da fare, di tempo che manca e di problemi che sembrano più grossi di noi. Sembra quasi che ci manchi il respiro (e in questi casi, concedersi alcuni respiri profondi è già un grande aiuto!)

A volte la vita  ci sembra davvero troppo complicata, una matassa di nodi impossibile da sbrogliare, non sappiamo da che parte girarci, da dove iniziare.  Il frastuono del mondo attorno a noi non ci aiuta: viviamo in una perenne cortina di fumo in cui consumismo, materialismo, ideologie sbagliate, falsi miti, insegnamenti e abitudini ormai consolidate in noi ci confondono. Noi stessi siamo abilissimi a complicarci la vita!  Come si fa ad essere felici in questo frangente e a venire a capo dei misteri della vita???

“Devo andare”. preferirei passare il resto della vita qui, nella cucina accogliente di Aibileen, con lei che mi spiega il mondo. Proprio per questo mi piace tanto: prende le cose più complicate della vita e le avvolge in pacchettini piccoli e semplici che ti stanno giusti giusti in tasca.

                                                       Kathryn Stockett (“The help”)

 

fullsizeoutput_e74Capita insomma di sentirci talvolta sopraffatti dai nostri problemi, come se di fronte alle difficoltà della vita ci trovassimo davanti a un muro insormontabile: ci  sbattiamo contro, ci giriamo intorno, proviamo a scavalcarlo, ma non ne veniamo  a capo : e allora ecco, rabbia, frustrazione, angoscia, scoraggiamento…

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Quando proviamo questo senso di impotenza, adottiamo il metodo di Aibileen: ovvero.. proviamo a “spacchettare”  il muro, scomponendolo  nei suoi piccoli, semplici, mattoni.

A un certo punto potremmo avere la sensazione di ritrovarci con.. un pugno di mattoni, senza sapere cosa farne…non facciamoci prendere dallo sconforto, la buona notizia è che non siamo più di fronte a un muro insormontabile!

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Vi faccio un esempio di “spacchettamento” : mettiamo di svegliarci sapendo di dover svolgere una mole immensa di lavoro, tutto con scadenze ravvicinate. E poi la figlia da accompagnare dal dentista, la spesa, la casa da sistemare, l’appuntamento con l’amica per l’aperitivo, per poi correre a casa, preparare la cena e per finire, una catasta di roba da stirare: insomma, la classica giornata tipo per molti di noi.  Come “spacchettarla”? Stabilendo ad esempio delle priorità: che cosa è davvero più urgente fare?  Sul lavoro, ad esempio, c’è qualcosa che possiamo rimandare o delegare ad altri? Altra soluzione potrebbe smettere i panni della superwoman (o di superman): dobbiamo davvero davvero fare tutto noi? e tutto-e-subito? E ancora diciamo qualche NO: non cediamo alla tentazione di essere perfetti o di avere tutto sempre sotto controllo: la figlia grandicella magari al controllo settimanale dal dentista per una volta può andare da sola e per cena ci può stare di ordinare la pizza o cavarsela con prosciutto e insalata, senza troppi sensi di colpa… ogni problema ha la sua soluzione!

Ciò che trovo importante è, una volta stabilite le priorità concentrarsi su quello che si sta facendo in quel momento, senza più pensare a ciò che occorre fare dopo.

E’ sicuramente più semplice affrontare mattone per mattone, spolverarlo, levigarlo, ridipingerlo, risistemarlo…affrontiamo UN problema per volta, mettiamo in atto piccoli passi per raggiungere la soluzione, per stare meglio.  tante piccole gocce fanno il mare! Concentriamoci su una cosa alla volta e, soprattutto, se abbiamo un problema in un  ambito della nostra vita (lavoro, relazioni, salute) non generalizziamo cadendo nella trappola del “mi va tutto male”: sistemiamo un mattone, un tassello per volta.

e se è vero non esistono bacchette magiche, ci vuole lavoro, tempo, pazienza, ma alla fine i risultati arrivano!

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(anche se per cena si mangia tutti pane e prosciutto)

Vi siete mai trovati in una situazione simile? quali sono state le vostre soluzioni? Scrivetelo nei commenti, mi farà piacere e ci darà altri spunti nel (quotidiano) viaggio per la felicità!

 

Siamo come onde

 

Ma come: nello scorso articolo

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/16/si-puo-vincere-la-pigrizia/ )

ho spiegato come combattere la pigrizia ed ora la elogio?

Sì.

Perché la vita è bella proprio perché non è mai la stessa.
La vita è alternanza.
La vita ci sfida a cambiare in ogni singolo istante e  lo sperimentiamo sin dall’ attimo baby-2242635_640preciso in cui apriamo gli occhi su questo mondo, con il respiro: con quel soffio di aria che entra, nutre, attiva e pretende vita  (inspirazione) per poi lasciarsi andare (espirazione).
L’energia è yin e yang, femminile e maschile.
Il tempo alterna il giorno e la notte, il sole e la luna, la luce e il buio.
Alla primavera e all’estate subentrano l’autunno e l’inverno.
Al caldo, il freddo (e poi torna il caldo).
Dopo la veglia arriva il sonno,
dopo l’azione ci deve essere riposo.
E non c’è giusto e sbagliato, se ogni cosa si manifesta al momento, nel modo in cui serve che arrivi.

L’energia è azione, ma è anche sapersi rigenerare.
Non è una questione di quantità, ma di qualità.
Spesso bastano tre, cinque respiri profondi per “riposare” e recuperare l’energia che ci serve.

Pensiamo alle onde del mare in una giornata tranquilla. Immaginiamoci seduti sulla riva ad osservare la grazia, la fluidità del movimento incessante: riuscite a vedere l’acqua che sale, l’acqua che scende? Che sensazioni provate? Per me è energia, e pace allo stesso tempo.

Pensiamo ora alla nostra vita.

sea-2588484_640I ritmi di alternanza sono fluidi come le onde del mare?
O assomigliano piuttosto a un mare in tempesta?
E’ un ritmo armonioso o sincopato?

Tornate ora alle vostre sensazioni: come vi sentite ora? Se provate una sensazione di fastidio, di irrequietezza, forse è arrivato il momento di prendervi una pausa di riposo…

Vi propongo un piccolo esercizio.

Sempre pensando alle onde del mare, chiudete gli occhi, rilassatevi, e portate l’attenzione al vostro respiro. Concentratevi sull’aria che entra e sull’aria che esce, in un moto fluido, scorrevole, rotondo, calmo come il mare in una sera d’estate. Sentite sulla pelle la carezza dell’acqua, del sole e di una brezza gentile. Sentitevi come una piccola onda. Sincronizzatevi  sul suo movimento, sincronizzatevi il respiro. Per qualche minuto.

Come vi sentite, adesso?

 

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Vorrei che andaste incontro al sole e al vento
con la pelle più che con il vestito
perchè il respiro della vita
è nella luce del sole
e la mano della vita è nel vento

(Kahil Gibran)

Si può vincere la pigrizia?

 

Nei due precedenti articoli, che potete trovare qui

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/06/flow-il-flusso-della-felicita/

e qui:

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/01/30/sbagliare-o-non-sbagliare-questo-e-il-problema/
ho parlato dell’importanza di non aver paura di sbagliare e della pienezza di vivere nel “flusso” e, di conseguenza, di quanto sia fondamentale agire.
Oggi vorrei affrontare un particolare atteggiamento che spesso ci ostacola: la pigrizia.

La pigrizia è un nemico subdolo, che spesso ci impedisce di realizzare chi siamo (e quindi anche la nostra felicità).

Certo, abbiamo tutti bisogno di una buona dose di ozio,  di prenderci una pausa dalla frenesia quotidiana. Spesso le idee migliori nascono proprio in questi momenti pigri, lenti, rilassati.
La vita è alternanza. Non possiamo vivere sempre di corsa e questo lo sperimentiamo tutti, e tutti i giorni, quando i troppi impegni, le troppe preoccupazioni, il troppo lavoro ci causa stress.

All’azione deve corrispondere il riposo. In questo il “non fare” è necessaria fonte di benessere.
Ma è vero anche il contrario: al riposo, all’inattività, deve corrispondere l’azione!

Nessuno si definirebbe pigro di propria spontanea volontà, ma vi siete mai chiesti qual è il vostro grado di pigrizia? – provate a soffermarvi su queste domande:

Quanto avete la tendenza a evitare problemi o conflitti?
Quanto siete accondiscendenti per “quieto vivere”?
Quanto tendete a rimandare (per poi magari dover correre)?
Avete letto mille articoli e libri di crescita personale, ne avete tratto spunti interessanti, ma sono restati pensieri astratti?
Quante volte vi scusate per non aver fatto qualcosa perché “tanto non serve a niente”?
O  vi aspettate che li problemi, l’amore, il lavoro, si risolvano con un tocco di bacchetta magica (se la trovate avvisatemi, grazie! 🙂 )?
Vi capita molto spesso di non uscire o di non fare qualcosa perché “costa fatica”?
Quante volte, più banalmente, vi capita di lasciare piatti da lavare nel lavandino (sperando che si lavino da soli….)?

Essere pigri non è solo restare sdraiati mollemente sul divano. E’ anche evitare di fare, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e dei propri risultati. Ecco perché essere pigri  pone dei veri e propri limiti alla vita di tutti i giorni.

La buona notizia e che è la pigrizia si può vincere.

Con due risorse importanti: che tutti noi abbiamo (magari si tratta solo di farle emergere e di..allenarle un po!)

1) Discernimente
Il discernimento è saper leggere, senza giudizio, ma onestamente, le proprie azioni. In questo caso è saper distinguere quando il “non fare” è per un legittimo bisogno di recuperare energia oppure vera e propria pigrizia.
Riconoscere la pigrizia, diventarne consapevoli, è il primo passo per superarla (senza cadere nell’errore opposto, l’iperattività fine a sé stessa.)

2) Non giudizio!
Se abbiamo riconosciuto degli ambiti in cui siamo particolarmente pigri, non colpevolizziamoci, non giudichiamoci, peggioreremmo le cose se ci facessimo “paralizzare” da sensi di colpa!

3) Volontà
La pigrizia nasce spessissimo da una volontà debole (e questo è un concetto fastidioso e difficile da digerire, lo so).
Ma la volontà si può allenare. Iniziando da piccole azioni quotidiane,
Chiediamoci: che cosa possiamo fare (di piccolo) ?
Iniziamo con un obiettivo piccolo, un passo per volta, ma concreto, realizzabile, chiaro e preciso. Un piccolo impegno che prendiamo con noi stessi, prima di tutto.

Ricordiamoci anche che “azione” non vuol dire affannarsi e correre in continuazione senza meta, senza senso, senza ragione 🙂
4) Chiedere aiuto
Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto: se ci sente ascoltati, capiti, incoraggiati, se c’è qualcuno che ci aiuta a fare chiarezza in noi stessi, qualsiasi compito diventa più leggero!
La seconda buona notizia è l’effetto moltiplicatore.
Sarete stupiti dal constatare di come, una volta messa al bando la pigrizia, sperimenterete da subito un aumento di energia, di positività di voglia di fare.

E paradossalmente, una volta che ci siamo messi in moto, sapremo apprezzare molto di più, e rendere utile, anche i (beati) momenti di puro ozio!

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È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.
Jerome K. Jerome 
 (Pensieri oziosi di un ozioso)

Sbagliare o non sbagliare? Questo è il problema…

Si sbaglia sempre. Si sbaglia per rabbia, per amore, per gelosia. Si sbaglia per imparare. Imparare a non ripetere mai certi sbagli. Si sbaglia per poter chiedere scusa, per poter ammettere di aver sbagliato.Si sbaglia per crescere e per maturare. Si sbaglia perché non si è perfetti, si è umani.”
 
Bob Marley  

Si dice che Edison abbia fatto quasi 2000 tentativi prima di mettere a punto la sua lampadina; eppure non ha mai mollato.

Michael Jordan sa elencare con precisione quasi ogni tiro sbagliato della sua lunga carriera, ogni partita persa, ogni tiro decisivo mancato. Ma considera ognuno di questi errori la base del suo successo.

error-3060993_640Mettiamoci pure l’anima in pace: sbagliare è inevitabile, prima o poi un errore lo commettiamo tutti. A scuola, a casa, nel lavoro, nelle relazioni, nella vita, praticamente nessun ambito della nostra esistenza ne è escluso. E se qualche errore è davvero minimo (una cena bruciata o immangiabile non è certo la fine del mondo) a volte commettiamo davvero sbagli clamorosi. Con conseguenze anche pesanti.

Ho letto di recente un bell’articolo di Frederick Franget sulla rivista “Mind” di LeScienze (gennaio 2018) proprio su questo argomento.

Franget si interroga sulle diverse modalità con cui si reagisce agli errori. Proviamo a pensarci. Come reagiamo, noi, di solito?

C’è chi generaliizza: non si limita cioè a riconoscere ciò che è solo UN errore, più o meno grave, ma si butta giù pensando “io sono sbagliato”. A scuola mi hanno insegnato bene l’uso del lessico, e quanto può fare la scelta delle parole che utilizziamo: c’è una bella differenza tra “io sono sbagliato” e “io ho sbagliato”! Il primo è un giudizio sulla persona, il secondo considera il comportamento: che cosa è più funzionale? Anche per rimediare all’errore commesso?

Poi c’è chi proprio non ammette errori: anche la più piccola sbavatura rispetto all’immagine perfetta di noi o di come dovrebbe essere la nostra vita si trasforma in una tragedia. Chiediamo troppo a noi stessi, ma se cercare di migliorare è sempre uno stimolo in più, tendere sempre alla perfezione in ogni campo può causare ansia. Si può arrivare ad essere sempre più ambiziosi, ma si può anche ottenere l’effetto opposto: per la paura di sbagliare possiamo paradossalmente diventare mediocri. Ovvero, tendere a obiettivi più modesti, ma più facilmente raggiungibili, rispetto alle nostre ambizioni, alle nostre capacità. Si riduce l’ansia, certo; per contro l’insoddisfazione è in agguato dietro l’angolo.
Se poi la stessa ansia da perfezione la proiettiamo anche sugli altri, quanto si complicano le nostre relazioni…

La paura di sbagliare può portare a un livello di insicurezza tale da spingere a un’eterna incertezza, paralizzante: per paura, alla fine, non si prendono decisioni. Oppure si procrastinano sino all’ultimo, quando proprio non se può fare a meno (e poi dobbiamo correre contro l’ulteriore tensione di non avere tempo sufficiente per farcela).

Chiaro: sbagliare non fa piacere a nessuno.

Però mistake-1966460_640gli errori fanno parte del nostro bagaglio. E cercare a tutti i costi di evitarli può portare a commettere errori ancora più clamorosi. A vivere di rimpianti. Ad accontentarsi. A non raccogliere mai le occasioni che ci si presentano, le sfide, le avventure.

Non dico che bisogna essere incoscienti. La paura è un istinto innato che serve anche a preservarci. Dico che ogni tanto dobbiamo avere coraggio ed osare di mettere il naso fuori dalla nostra zona di comfort e ..buttarci. Sapendo anche che possiamo sbagliare, ma che dai nostri errori avremo magari qualcosa da imparare.

Certo, se sbagliamo, dobbiamo prenderci anche la responsabilità che dai nostri errori deriva, anche se le conseguenze a volte possono essere spiacevoli, difficili (a volte persino imbarazzanti!).

Ma forse a volte, dopotutto, è meglio mancare il bersaglio piuttosto che restare sempre in panchina e non sbagliare mai.

Il viaggio: il primo passo dipende da noi!

Verso l’infinito e oltre!
(Buzz Lightyear da Toys’ Story)

Spesso e volentieri siamo noi stessi l’ostacolo più grande alla ricerca e alla costruzione della nostra felicità.

Non ci autorizziamo ad essere felici. 

Capita che, a volte, ci portiamo sulle spalle un’educazione per cui prendersi del tempo per noi stessi è considerato egoismo, non parliamo poi dell’essere felici!
Cresciamo all’ombra del comandamento “prima il dovere e poi il piacere”, in cui il dovere alla fine tende sempre a prevalere, anche oltre al comune senso di responsabilità (non per niente lo stress è uno dei mali maggiori della nostra società!)

In quest’ottica diventa proprio difficile sapere dire di no.

Talvolta siamo talmente abituati ad anteporre i bisogni degli altri ai nostri, o a paludarci dietro bisogni esteriori, superficiali che non sappiamo più nemmeno che cosa vogliamo, che cosa ci farebbe stare meglio. Ci sentiamo persino egoisti al solo pensiero di avere NOI bisogno di qualcosa!

Eppure, tutti abbiamo i nostri bisogni da soddisfare, necessari per la nostra sopravvivenza e per la nostra evoluzione, da quelli indispensabili per la nostra stessa sopravvivenza fisica (fame, sete…) ai bisogni di sicurezza, di appartenenza, di successo, di realizzazione di sé.

Ed è’ importante comprendere questi nostri bisogni, le nostre aspettative, i nostri desideri o aspirazioni più profondi, veri, autentici. Il bisogno è una mancanza che noi percepiamo, che ci porta disagio, ed è anche la molla che ci spinge ad agire. Ci muoviamo in una direzione, e quella direzione è determinata anche dai nostri bisogni.

Negarli è deleterio, causa stress, insoddisfazione, repressione, ansia.

Riconoscerli, soddisfarli, non è egoismo, è prendersi cura di sé e solo in questo modo potremmo prenderci cura anche degli altri!

Certo, a volte confondiamo felicità con  la ricerca del piacere a tutti i costi e questo  ci può sopraffare e spingere verso direzioni se non sbagliate, quanto meno poco funzionali: cerchiamo scorciatoie per essere felici, e il mondo ne è pieno: alcol, droghe, pornografia, persino la tv, i social, il cibo… Ma questa non è felicità! Veniamo bombardati continuamente da stimoli che alla lunga ci allontanano da noi stessi. Non dimentichiamo mai che solo rispettando noi stessi possiamo imparare a riconoscere e a rispettare anche il mondo in cui viviamo e la gente che ci circonda.

Eppure spesso non sappiamo leggere i nostri bisogni, pensiamo di non averne, oppure ci aspettiamo che siano gli altri a soddisfarli…

Neheart-1998051_640lla mia ricerca, mi sono imbattuta in un metodo piuttosto curioso per entrare in contatto con i propri bisogni, proposto da Igor Sibaldi: la tecnica dei 101 desideri. Questa tecnica consiste, brevemente, nello stilare una lista di 150 desideri per poterne poi estrapolarne 101. Al di là della promessa, quasi cabalistica, di vedere realizzati alla fine questi desideri, scrivere questa lista mette obbligatoriamente a contatto con i propri bisogni, sogni, desideri, aspettative. 150 desideri è un numero enorme: ma, promette Sibaldi, se si insiste, con questa tecnica cambia il modo con cui si osserva il mondo, offrendo una maggior percezione dei propri bisogni, non solo materiali, e anche delle opportunità che ci si presentano. Soprattutto ci si allena a chiedere, e all’idea di ricevere. Se non abbiamo percezione dei nostri bisogni, infatti, spesso è proprio perché, per educazione magari, non ci autorizziamo o non siamo abituati a ricevere.

A prescindere da tecniche più o meno esoteriche o sofisticate, abituarsi a scrivere, di getto, senza pensare, lasciando emergere tutte, ma proprio tutto ciò che ci attraversa la mente, senza censure, è un potentissimo strumento di scoperta di sé stessi. Anche per scoprire i nostri bisogni.

Provate!
Che cosa è emerso?
E’ stato facile o difficile?
Siete stupiti del risultato ottenuto?

Fatemi sapere!

Il Viaggio. Perché partire, perché (spesso) restiamo.

IIn teoria, a pensarci bene e razionalmente, è tutto molto facile.
Se ti chiedessero, infatti, se scegliere di essere felice oppure no, sfido chiunque a scegliere il “no”.
Ma è sempre così?

 

La zona di comfort.

Tutti noi abbiamo un ambiente (inteso magari anche come serie di abitudini, di situazioni), fullsizeoutput_e2bin cui ci sentiamo particolarmente a nostro agio.
“Zona di comfort” è un termine morbido, piacevole, solo il nome ci rilassa.
Ebbene, ancora una volta le apparenze ingannano.

Per “zona di comfort”  intendo quella sorta di territorio in cui riusciamo a muoverci sentendoci sufficientemente sicuri e a nostro agio. E viviamo tutti in molte zone di confort: nelle nostre relazioni, nel posto di lavoro, anche con riguardo alla nostra salute e al nostro benessere. La zona di comfort nasce e si sviluppa in base alle nostre esperienze, alle nostre convinzioni e si traduce spesso in sicurezza e abitudini.

Il vantaggio è che siamo, o ci sentiamo, al riparo dai rischi, al sicuro, Il posto dove sappiamo con ragionevole certezza le conseguenze delle nostre azioni.
Lo svantaggio è che spesso, proprio per questa sicurezza che ci garantisce, non vogliamo uscirne. Anche se, magari improvvisamente, questa zona è diventata troppo “stretta” per noi.

Attenzione, ben vengano le zone di comfort, ci mancherebbe, è indispensabile avere un rifugio dove trovare sicurezza e certezze.

Il problema nasce quando la zona di comfort diventa una trappola, quando non vogliamo uscirne: e, fondamentalmente, questo capita per paura.

E allora, magari, restiamo intrappolati in relazioni sbagliate perché abbiamo paura della solitudine. Oppure ci trasciniamo ogni mattina a un lavoro che odiamo perché abbiamo paura di restare senza mezzi di sostentamento. Oppure non cerchiamo di fare carriera perché abbiamo paura di non essere all’altezza. Non facciamo qualcosa che ci piace o che ci farebbe star bene perché abbiamo paura del giudizio degli altri… potrei scrivere un papiro sulle paure più comuni, tutti ne abbiamo, chi più chi meno.

Abbiamo paura, spesso, del cambiamento.
Ma la vita stessa è cambiamento, e non si può non cambiare, cambiamo ogni secondo, ogni istante non è uguale a quello precedente!

La resistenza al cambiamento per molti è quasi nel DNA: quante volte i nostri nonni, i nostri genitori, i nostri maestri  ci hanno detto “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non quel che trova”.

Vero, verissimo, e del resto, un po’ di sano pragmatismo e razionalità,  anche un pizzico di prudenza, non guasta. Ma qui non si tratta di essere avventati. Si tratta di riconoscersi il diritto di essere felici. O almeno di provare ad esserlo, di stare meglio.

E dobbiamo smetterla di pensare che la nostra felicità ci piova a caso giù dal cielo (a volte capita, sì, ma si tratta di momenti rari e illuminati!)

Diceva Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

A volte basta un piccolo gesto per uscire da una comfort zone che si sta trasformando in trappola. Non è necessario partire con grandi imprese.

Innanzitutto, riconosciamole con onestà, queste zone, senza giudicarle e sopratutto senza giudicarci. Accettiamo la loro esistenza. Spesso sono state conquistate con fatica e ci hanno protetto, solo sono diventate strette.

Quando cresciamo, cresce anche il piede e non possiamo pretendere di portare sempre le stesse scarpe, anche se fino a ieri erano perfette!

Questo è il primo passo: vedere le cose, dare un nome, riconoscere. Una volta volta fatto questo, identifichiamo una piccola cosa che possiamo fare per stare meglio.

E…facciamola!

Perché, come disse il venerabile filosofo cinese Lao Zi:i

 “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo.”

Il volo dell’Aquila

Ho scritto. l’altro giorno, dell’inizio del viaggio. Che cosa ci spinge? Qual è la molla che ci fa decidere, magari di punto in bianco, a affrontare strade ignote, cambiamenti, angoli oscuri e incognite?

E mi è venuto in mente una cosa che ho scritto qualche anno fa. Il mio viaggio era già cominciato, ma iniziava solo in quel momento a prendere forma… mi sembra giusto riportarlo qui, dove si parla di pietre miliari e di punti di partenza.

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“Vedi, ogni cambiamento comporta abbandonare qualcosa, ma a volte è necessario” – mi hai detto. “Ma tu: cosa faresti, se fossi certa che qualunque sia la scelta non sbaglieresti?”

Io…
Prenderei la sabbia tra le mani,
filtrandola al vento
Accarezzerei terre umide di primavera,
respirandone l’odore vitale.
Camminerei a piedi nudi
Su prati morbidi e pungenti,
Sino a scorgere una strada, lunga e tortuosa.
La seguirei, curiosa,
Percorrerei a ritroso la scala del tempo
Per risalirla ancora a modo mio.
Sosterei a tratti su panorami immensi,
Cercandone il riflesso
nei tuoi occhi
osserverei un’aquila volare
Immaginando di osservare il mondo
Dal suo punto di vista
E cercherei un piccolo punto
Racchiuso tra quell’attimo infinito
Perso tra il sempre e il mai.

Tra il sempre e il mai
perderei la mente in incognite ipotesi
Ritornerei al mare
dove l’onda ancheggia
Assecondando lenta la marea.
Ritornerei per trovarti cambiato
Mentre tutto è rimasto così immobile
Da sembrare coperto
Da patine di polvere antica

E rivedendo paesaggi consueti
capirei, è solo lo sguardo che muta,
non il mondo,
e in questa fissità tutto cambia.

Tra il sempre e il mai.
Raccoglierei occasioni
Scapperei forse, ma,
Non più fuga,
la strada diventerebbe direzione,
Guidando i miei passi,
Cancellando impronte appena impresse.
Diventerei invisibile.
Allungherei la mano e sbriciolerei
Frammenti di asfalto
incoerente e friabile
Respirando aria immobile
Di polvere e sabbia
e quel ricciolo di vento, inatteso, ribelle,
Lo guarderei giocare con l’erba.
Osserverei i disegni del sole sul lago.
Allungherei ancora la mano stringendo
Piccoli nastri di acqua scura.

Tra il sempre e il mai
Sosterei prima di notte,
Alzerei gli occhi contando le stelle
E la luna, strana compagna,
A lei racconterei forse
Bizzarre confidenze che non mi sono mai detta.
Cercando di capire,
Se solo ne avessi voglia,
La solitudine che provo ora.
Tra il sempre e il mai
Amerei
Godendo di ogni ombra e di ogni luce
Andrei avanti senza orgoglio né paura
Perché altro non so più fare
Perché
Tra il sempre e il mai
scorre la vita

E cercherei
noi
in quel minuscolo punto,
dipinto all’orizzonte.

(n.b. pubblicato anche altrove, ma pur sempre mio)

Dove comincia il viaggio

E qui dunque inizia per davvero il viaggio alla ricerca della felicità.
Ok, ok, lo so: come metafora  ricerca della felicità =  viaggio non è un granché originale, ma tant’è: ogni percorso, ogni esplorazione, ogni ricerca in fondo lo è.
Mi viene del resto molto facile pensarlo, sarà perché, personalmente, viaggiare mi rende felice?

Un viaggio, dunque.
Che cosa ci spinge a viaggiare verso la felicità, spesso senza nemmeno frog-897418_640sapere di che cosa si tratta veramente, senza sapere dove questo viaggio ci porterà?

Può essere curiosità.
Il sale di ogni viaggio, l’ingrediente fondamentale di ogni ogni scoperta, una piccola scintilla che ci permette di aprire occhi, mente e cuore sul mondo.

Può essere fuga.
Quante volte ci sentiamo in gabbia, oppressi, troppo presi da pensieri, problemi, preoccupazioni, dolori e avremmo solo voglia di essere…altrove, non importa nemmeno dove, basta essere altrove…

Può anche essere noia.
La noia ci uccide, ma a volte ci salva. Se la sappiamo prendere come un campanello che ci spinge a uscire dalla nostra zona di confort e cercare nuove ispirazioni, nuove idee, a rinfrescare la nostra vita, le nostre abitudini, a respirare aria fresca e nuova.

Può essere disperazione.
Quando ci sembra di aver raggiunto il fondo e ci troviamo davanti a un bivio: lasciarci andare oppure metterci in viaggio.

Può essere insofferenza:  quando  siamo semplicemente stufi  di sentirci sempre un po’ tristi, demotivati, depressi, stanchi, senza energie..

Può essere irrequietezza.

Può essere la voglia di andare per il semplice gusto di muoversi.

Può essere il gusto della scoperta: la ricerca di nuove visuali, di nuovi orizzonti.

Può essere un mix di tutto questo e di altro ancora.
Non importa, anche se conoscere cli nostre motivazioni può essere un buon punto di partenza.

Ci avete mai pensato?
Che cosa vi spinge alla ricerca della felicità?
Provate a rispondere, di getto, senza pensarci troppo, magari scrivendo che cosa viene fuori.
Poi rileggete ciò che avete scritto: e se è emerso qualcosa di particolarmente significativo, se volete, scrivetelo nei commenti.