Qui si parla di etichette, di ruoli e di identità personale

  • “Ciao””
  • “Che lavoro fai?”
  • “Quanti anni hai?”
  • “Sei sposata?”
  • “Hai figli?”

Penso che a tutti capiti neanche troppo raramente, di incappare in questa serie di domande (più o meno modificata al bisogno) all’inizio di una conoscenza, sia che ci siano rivolte oppure che siamo noi a porgerle. Sono domande ritenute innocue e neutrali,  giusto per  iniziare a conoscere la persona che ci sta di fronte e sopratutto a inquadrarla.

Uhm.

Attenzione però che quando rispondiamo a queste domande veniamo automaticamente catalogati  (e viceversa) in base al nostro interlocutore. Ecco perché si parla dell’importanza di fare una buona prima impressione: veniamo spesso etichettati nei primissimi minuti di conoscenza, e spesso questa etichetta ci resta incollata addosso e può essere poi difficile venirne fuori. Per giunta, come accennavo prima, le risposte sono filtrate dall’interlocutore, dal suo modo di pensare, dalla sue esperienza, talvolta dall’età a volte persino dall’umore.

Prendiamo la prima domanda. Metti di rispondere  alla domanda che lavoro fai con: “Sono casalinga”

Le reazioni potranno essere queste, ad esempio, a seconda di chi ci troviamo davanti:

  •  Donna/uomo lavoro-dipendenti: “un’altra che non fa niente dalla mattina alla sera”
  • Altra casalinga: “quanto ti capisco!”
  • Attivista per le pari opportunità: “ma ne esistono ancora? Un’altra vittima del sistema”
  • Uomo ageé e nostalgico “Ah, ma allora esistono ancora questi angeli del focolare…”

Oppure se rispondi alla seconda domanda che sei sposata, se di fronte a te c’è…

  • una donna single non per scelta  penserà: “beata te!”
  • una donna single per scelta : “poverina, ma chi gliel’ha fatto fare!!….”
  • un uomo marpione sposato “alè! ci posso provare senza rischiare nulla”
  • un uomo single in cerca dell’anima gemella: “peccato <era> carina….”

ovviamente questi sono casi limiti e aderenti a mooolti stereotipi.

L’esempio mi serve solo per far notare come spesso noi siamo inquadrati dalle persone in base ai ruoli che noi ricopriamo e spesso purtroppo conditi pure da stereotipi e filtrati dalla percezione dell’altro.

Intendiamoci, i ruoli servono e sono utili a scandire le nostre occupazioni.  Il problema, per noi e per la nostra felicità è come noi stessi intendiamo e viviamo questi ruoli.

Se gli estranei ci leggono in base al loro modo di pensare, alle loro esperienze, come ci vediamo noi?

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Prendiamo ad esempio il lavoro.

Spesso veniamo valutati  e addirittura identificati con il lavoro che facciamo, ma a prescindere dal giudizio altrui, come ci percepiamo noi?  

Se amiamo il lavoro che facciamo, non ci importa, anzi può essere persino gratificante (essere il mega  presidente dei monopoli mondiali riuniti può sicuramente fare un certo effetto).  Ma se, al contrario, non amiamo il nostro lavoro, se lo percepiamo come un peso,  se non lo troviamo soddisfacente o in  linea con i nostri valori, o se non abbiamo un lavoro, essere identificati con cosa facciamo può essere molto pesante. 

Iniziamo allora a non cadere noi in questo tranello. Ricordiamoci:

Noi svolgiamo un lavoro,

ma noi NON siamo il nostro lavoro!

Ripetiamolo spesso, finché diventa un concetto che sentiamo nostro, anche a livello emozionale.turkey-Fotor

E’ un esercizio molto utile, questo! Anche e forse soprattutto per il mega presidente dei monopoli mondiali riuniti, che magari può smettere di girare attorno come un tacchino tronfio e recpurare un po’ di autenticità! 😀

Separare chi sono da ciò che faccio  è un primo passo importante  (e non solo per quanto riguarda il lavoro!) che consente:

  • di osservare la situazione  da una diversa angolazione:
  • di poter chiarire a noi stessi che cosa vogliamo davvero, dove siamo e dove vogliamo arrivare?
  • di trovare nuovi modi di affrontare il problema, che sia cambiare o restare.

Come sempre non esistono bacchette magiche, ma tanti piccoli passi che possono fare la differenza. Pensate alla vostra situazione lavorativa (e poi magari analizzate anche vostri ruoli):

  • Vi trovate o vi siete trovati a identificarvi con il vostro lavoro/ruolo?
  • Come vi sentite in merito?
  • Dopo aver provato  l’esercizio, percepite dei cambiamenti?

Come sempre vi invito a condividere nei commenti le vostre impressioni e, se volete approfondire qualche punto,  scrivetemi un ‘email 🙂

Vi aspetto con gioia!

Elena

labottegafelicitacounseling@outolook.it

Accettazione o Rassegnazione? Se si tratta di scegliere…

La vita è difficile.

Ehi, che notiziona! Si doveva proprio leggerlo, per scoprirlo… 😎

Di problemi ce n’è davvero per tutti.

A volte sono situazioni “esterne”, su cui abbiamo poco margine di intervento: una malattia, nostra o di un nostro caro, un lutto, un licenziamento… 

In molti altri casi invece si tratta di problemi che  magari hanno origine da un evento esterno, ma che sono poi ingigantiti dal nostro modo di pensare: “mi ha lasciato perché non valgo niente” “Non sono mai capace di combinare qualcosa di utile” “ Non troverò mai un compagno perchè sono troppo  bella/brutta/magra/grassa/scema/intelligente…” (eh sì, siamo davvero abili a complicarci l’esistenza).

E può capitare che, quando ci stiamo crogiolando tranquilli nel nostro mare di m… ehm, di molti problemi, pensando che la vita è uno schifo, che noi siamo terribili, che non se verrà mai fuori, che niente cambierà mai (a ciascuno la sua lamentela preferita), arriva lo pseudo guru di turno a dirci che dobbiamo “accettare”.

Col cavolo, viene da dire, o per lo meno è quello che è venuto in mente a me  quando, per la prima volta, mi è stato proposto di “accettare”. Ma come, ho pensato, sono arrivata a questo punto per cambiare le cose, per migliorare la mia vita, per migliorare me stessa e mi si sta dicendo che devo accettare??? Scherziamo?? Per me è stato un concetto davvero difficile da digerire. Anche perché mi sono scontrata con un mio pensiero un po’ distorto, ovvero che accettazione fosse in definitiva un sinonimo di rassegnazione. Concetto che mi ha sempre infastidito parecchio, forse perché hanno cercato in molti di inculcarmelo in mente, ma è uno stile di vita che non mi è mai appartenuto.

E’ solo quando ho capito che si tratta di due concetti ben diversi che ho iniziato a considerare l’idea di accettazione (della vita e dei suoi problemi, ma soprattutto di me stessa) come un inizio per creare quel miglioramento che andavo cercando.

Che siano due concetti diversi si comprende già dal loro dal significato intrinseco:

Rassegnazione è (e qui copio dal dizionario): “Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere: soffrire, patire con santa, eroica rassegnazione;(AMEN – n,d,a))

o ancora: 

“la disposizione, considerata virtuosa, di chi si adegua consapevolmente a uno stato di dolore o di sventura”.

Penso che sia sufficiente la definizione per capire che NON è certo questo che vogliamo per noi e per la nostra vita, (nonostante a una parte della nostra cultura piacerebbe moltissimo una massa di rassegnati)!

E, a dispetto di quanto recita il dizionario, non sempre la rassegnazione è virtuosa (scusate, mio parere personale).

Accettazione, invece, vuol dire “prendere in carico”: è una azione-attiva. 

woman-2944070_640Certo, la rassegnazione ha in sé una componente di accettazione, ed è vero anche il contrario: accettare  vuol anche dire smettere di combattere: contro i nostri difetti, contro le circostanze, le situazioni, i pensieri.  Vuol dire arrendersi, ma è una resa che presuppone anche la volontà di lasciar andare, con gentilezza, con amore, con compassione, per trovare nuovi modi di affrontare le cose, o, se necessario, nuove strade da percorrere.

Accettare è anche smettere di evitare di affrontare le cose che non ci piacciono, di noi, o della nostra vita.

Accettare è un punto di partenza.

Rassegnarsi è un punto di chiusura (non c’è niente che possa fare). A volte è anche una scusa: la frase “che vuoi farci, sono fatto così” vi è familiare? Questa frase non è sintomo di accettazione- attiva! Anche per questo accettare è un primo passo importante per la nostra crescita.

E per capirne il perché, mi avvalgo di una frase di Jodorowsky:

“La cosa importante è accettare se stessi. Se la condizione in cui mi trovo è causa di malessere, è segno che la rifiuto. Allora, più o meno coscientemente, tento di essere diverso da come sono; in definitiva non sono io. Se, al contrario, accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente” 

Per essere davvero noi stessi dobbiamo quindi imparare ad accettare tutto di noi, pregi e difetti, ciò che va bene e ciò che va male.Accettare è ritrovare pace, è guardarci allo specchio osservandoci, ma senza giudicarci. Anche l’accettazione contribuisce a costruire la nostra autentticità, la nostra felicità!

E’ vero che ci sono davvero cose che non possiamo cambiare; e a questo proposito mi viene in mente una bellissima preghiera, che vi riscrivo qui sotto:

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscerne la differenza.

Ma per tutto quello che è in nostro potere cambiare, per poco o tanto che sia, accettiamo, non giudichiamo, e diamoci da fare, senza rassegnarci, ma con gentilezza, rispettando i nostri tempi, e ricordando che anche un piccolo gesto, una piccola azione a volte ha effetti di portata stupefacente!

Proviamo a pensare, stasera, ci sono situazioni in cui siamo riusciti ad accettare? E altre in cui è invece ancora difficile? Se volete, condividete nei commenti o scrivetemi una mail se volete approfondire.

Vi aspetto con gioia

Elena

 

Quanti minuti ci sono in un giorno (e quanti respiri?)

Ci sono 1440 minuti in un giorno (se non ho fatto male i conti, la matematica non è mai stata il mio forte…)

E in un giorno, quanto tempo e attenzione dedichi al tuo respiro?

Eppure è la nostra principale fonte di vita!  Pensaci: si può vivere qualche giorno senza mangiare, molto meno senza bere… ma solo pochissimi minuti senza respirare.

Da oggi, per una settimana, prova a dedicare 5 minuti al tuo respiro.

Siediti in una posizione comoda, rilassata, chiudi gli occhi se vuoi,  e inizia a portare la tua attenzione sul tuo respiro, osserva come inspiri e come espiri, soffermati sull’aria che entra e sull’aria che esce.

Senti che cosa succede nel tuo corpo, magari  all’inizio solo un leggero solletico al naso!

Rendi a poco a poco già profondo il respiro e concentrati sempre sulle sensazioni che provi.

Come ti senti?

Ascolta il tuo respiro, ascolta il tuo corpo.

Quando hai finito, sorriditi con gentilezza e guardati allo specchio: noti le differenze?

La faccia è già più rilassata, la pelle più luminosa, la mente più fresca… wow!

Da quanto tempo non respiravi così, pienamente, a fondo?

Introduci questa piccola pratica nella tua giornata, vedrai cosa succede! Quando ci ho provato, all’inizio del mio percorso di crescita personale, mi è sembrato un piccolo miracolo. Certo, non basta a risolvere tutti i problemi del mondo (magari!), ancora una volta ricordo che non esistono bacchette magiche, ma solo piccoli (grandi) passi sulla via del benessere.

5 minuti su 1440 possono fare la differenza! 😀 

E se noti dei cambiamenti, fammelo sapere o condividili nei commenti, mi raccomando 🙂

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Ti aspetto con gioia,

Elena

Felicità è andare oltre al pensiero

L’altro giorno mi sono svegliata in piena notte con l’orribile pensiero di essermi dimenticata una firma su un documento importante. Nel dormiveglia ho proprio visto il documento senza quella benedetta firma. Mi sono immaginata anche le conseguenze funeste. Tutte, e una più devastante dell’altra. Poi mi sono immaginata come avrei reagito, sperimentando ogni ipotesi, dalla fuga, alle lacrime, allo scaribarile (ammetto la vigliaccheria del momento), alla presa di responsabilità, che,guarda caso, alla fine è sempre la soluzione che rasserena di più, perchè riporta la mente alle sue capacità razionali di trovare soluzioni; nel caso specifico, banalmente, ammettere la mancanza, ritrovare il documento e firmarlo.  Solo a questo punto, dopo almeno un paio di ore di insonnia, ho potuto riprendere a dormire…

PECCATO (anzi, per fortuna) che quando al mattino ho controllato le carte.. , erano tutte a posto!!!

Insomma, mi sono rovinata il sonno solo per un pensiero….

Mi è venuta in mente una citazione di Aristotele:

Se c'è una soluzione, perché ti preoccupi?
Se non c'è una soluzione, perché ti preoccupi?                                                  Aristotele

La verità è che c’è sempre una soluzione per tutto; questo pensiero ha su di me un effetto incredibilmente rasserenante, a prescindere dal fatto che so benissimo che la soluzione potrebbe anche essere ben diversa da ciò che mi aspetto.

Fiducia.

Alla fin fine si tratta solo di questo: la fiducia consente di andare oltre ai limiti del proprio pensiero e ritrovare forza, con un pizzico di leggerezza.

La mia  “frase” per entrare in modalità “fiducia” è proprio “c’è sempre una soluzione per tutto”. Qual è la vostra? Se volete, condividetela nei commenti 🙂

feather-3010848_640Sogno scie
di aerei impazziti
nelle loro rotte ingarbugliate
di fili di fumo neri
attaccarsi con foga
a nuvole di  sogni infranti
ma non ancora abbandonati.

Vedo gabbiani
planare striduli in volo
e osservare stupiti.
                                  E perché non si curano 
                                  di poter cadere
                                  si trasformano in piume 
                                  per giocare con il vento

Come essere felici di fronte a un “muro” di problemi

Buon lunedì a tutti!

Oh, no. Quanto detesto questo augurio, specialmente quando suona la sveglia… e inevitabilmente la mente corre a tutte le cose che avrò da affrontare durante la giornata e durante la settimana @_@

E fosse solo il  lunedì Ci sono periodi in cui, a prescindere dal giorno della settimana in cui ci troviamo, ci sembra di essere immersi in una serie di situazioni, di cose da fare, di tempo che manca e di problemi che sembrano più grossi di noi. Sembra quasi che ci manchi il respiro (e in questi casi, concedersi alcuni respiri profondi è già un grande aiuto!)

A volte la vita  ci sembra davvero troppo complicata, una matassa di nodi impossibile da sbrogliare, non sappiamo da che parte girarci, da dove iniziare.  Il frastuono del mondo attorno a noi non ci aiuta: viviamo in una perenne cortina di fumo in cui consumismo, materialismo, ideologie sbagliate, falsi miti, insegnamenti e abitudini ormai consolidate in noi ci confondono. Noi stessi siamo abilissimi a complicarci la vita!  Come si fa ad essere felici in questo frangente e a venire a capo dei misteri della vita???

“Devo andare”. preferirei passare il resto della vita qui, nella cucina accogliente di Aibileen, con lei che mi spiega il mondo. Proprio per questo mi piace tanto: prende le cose più complicate della vita e le avvolge in pacchettini piccoli e semplici che ti stanno giusti giusti in tasca.

                                                       Kathryn Stockett (“The help”)

 

fullsizeoutput_e74Capita insomma di sentirci talvolta sopraffatti dai nostri problemi, come se di fronte alle difficoltà della vita ci trovassimo davanti a un muro insormontabile: ci  sbattiamo contro, ci giriamo intorno, proviamo a scavalcarlo, ma non ne veniamo  a capo : e allora ecco, rabbia, frustrazione, angoscia, scoraggiamento…

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Quando proviamo questo senso di impotenza, adottiamo il metodo di Aibileen: ovvero.. proviamo a “spacchettare”  il muro, scomponendolo  nei suoi piccoli, semplici, mattoni.

A un certo punto potremmo avere la sensazione di ritrovarci con.. un pugno di mattoni, senza sapere cosa farne…non facciamoci prendere dallo sconforto, la buona notizia è che non siamo più di fronte a un muro insormontabile!

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Vi faccio un esempio di “spacchettamento” : mettiamo di svegliarci sapendo di dover svolgere una mole immensa di lavoro, tutto con scadenze ravvicinate. E poi la figlia da accompagnare dal dentista, la spesa, la casa da sistemare, l’appuntamento con l’amica per l’aperitivo, per poi correre a casa, preparare la cena e per finire, una catasta di roba da stirare: insomma, la classica giornata tipo per molti di noi.  Come “spacchettarla”? Stabilendo ad esempio delle priorità: che cosa è davvero più urgente fare?  Sul lavoro, ad esempio, c’è qualcosa che possiamo rimandare o delegare ad altri? Altra soluzione potrebbe smettere i panni della superwoman (o di superman): dobbiamo davvero davvero fare tutto noi? e tutto-e-subito? E ancora diciamo qualche NO: non cediamo alla tentazione di essere perfetti o di avere tutto sempre sotto controllo: la figlia grandicella magari al controllo settimanale dal dentista per una volta può andare da sola e per cena ci può stare di ordinare la pizza o cavarsela con prosciutto e insalata, senza troppi sensi di colpa… ogni problema ha la sua soluzione!

Ciò che trovo importante è, una volta stabilite le priorità concentrarsi su quello che si sta facendo in quel momento, senza più pensare a ciò che occorre fare dopo.

E’ sicuramente più semplice affrontare mattone per mattone, spolverarlo, levigarlo, ridipingerlo, risistemarlo…affrontiamo UN problema per volta, mettiamo in atto piccoli passi per raggiungere la soluzione, per stare meglio.  tante piccole gocce fanno il mare! Concentriamoci su una cosa alla volta e, soprattutto, se abbiamo un problema in un  ambito della nostra vita (lavoro, relazioni, salute) non generalizziamo cadendo nella trappola del “mi va tutto male”: sistemiamo un mattone, un tassello per volta.

e se è vero non esistono bacchette magiche, ci vuole lavoro, tempo, pazienza, ma alla fine i risultati arrivano!

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(anche se per cena si mangia tutti pane e prosciutto)

Vi siete mai trovati in una situazione simile? quali sono state le vostre soluzioni? Scrivetelo nei commenti, mi farà piacere e ci darà altri spunti nel (quotidiano) viaggio per la felicità!

 

Felice di … essere felice

Non avrei voluto scrivere niente per la giornata mondiale mondiale della felicità: parlandone sempre, un giorno di sciopero ci stava anche bene…

Ma poi mi sono ricordata di questa poesia di Neruda, che già il titolo è tutto un programma 🙂

E quindi voglio celebrare questa giornata ricordando(mi) che ogni tanto felicità è semplicemente… lasciarsi vivere, nelle piccole cose di tutti i giorni. Senza motivo, senza perché, saper assaporare la vita:  “il mondo oggi è la mia anima” . Che sia oggi, che sia domani, che sia un giorno qualunque.

                     Ode al giorno felice

Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

                                                                  P. Neruda

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“ « L’Assemblea generale – (dell’ONU) (…) consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […] »

Donne, perché

Sarà perché sono donna 365 giorni all’anno e per questo festeggio ogni giorno.

Sarà perché sono nata e cresciuta in una famiglia di donne incredibili, per cui mi è sempre sembrato naturale pensare che tutte le donne lo siano (e mi sono sempre stupita che qualcuno potesse pensarla diversamente).

Sarà per le stagioni che ho vissuto, bambina, ragazza, donna:  ognuna con le sue battaglie, le sue vittorie e le sue sconfitte, le paure e le certezze, i sogni, le  lacrime, le  risate.

Sarà perché è una festa che nasce da un episodio drammatico e non da una scatola di cioccolatini.

Sarà perché io fermamente credo che in ogni donna ci sia un mondo di forze e di risorse che a volte chiedono solo di uscire allo scoperto e vorrei che tutte al mondo potessero farlo, senza più violenze, senza oppressioni, con l’incoscienza, la leggerezza dei colori che portiamo dentro di noi e con una risata per tirare i sogni fuori dal cassetto.

Sarà per tutto questo che non sento molto ll’8 marzo; ma è anche per questo  che dedico questa pagina a tutte le donne.

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E, per farlo, ricorro a una poesia.

E poi ci sono le Donne Donne…
E quelle non devi provare a capirle,
perchè sarebbe una battaglia persa in partenza.
Le devi prendere e basta.
Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo il tempo di pensare.
Devi spazzare via con un abbraccio
che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto.
a bassa, bassissima voce. Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo
averle raccontate si tormentano – in una agonia
lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e
bisognose per un piccolo fottutissimo attimo,
vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi
allontanarsi.
Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a
spogliarsi son brave tutte.
Amale indifese e senza trucco, perchè non sai
quanto gli occhi di una donna possono trovare
scudo dietro un velo di mascara.
Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia.
Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse.
Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
Alda Merini

Siamo come onde

 

Ma come: nello scorso articolo

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/16/si-puo-vincere-la-pigrizia/ )

ho spiegato come combattere la pigrizia ed ora la elogio?

Sì.

Perché la vita è bella proprio perché non è mai la stessa.
La vita è alternanza.
La vita ci sfida a cambiare in ogni singolo istante e  lo sperimentiamo sin dall’ attimo baby-2242635_640preciso in cui apriamo gli occhi su questo mondo, con il respiro: con quel soffio di aria che entra, nutre, attiva e pretende vita  (inspirazione) per poi lasciarsi andare (espirazione).
L’energia è yin e yang, femminile e maschile.
Il tempo alterna il giorno e la notte, il sole e la luna, la luce e il buio.
Alla primavera e all’estate subentrano l’autunno e l’inverno.
Al caldo, il freddo (e poi torna il caldo).
Dopo la veglia arriva il sonno,
dopo l’azione ci deve essere riposo.
E non c’è giusto e sbagliato, se ogni cosa si manifesta al momento, nel modo in cui serve che arrivi.

L’energia è azione, ma è anche sapersi rigenerare.
Non è una questione di quantità, ma di qualità.
Spesso bastano tre, cinque respiri profondi per “riposare” e recuperare l’energia che ci serve.

Pensiamo alle onde del mare in una giornata tranquilla. Immaginiamoci seduti sulla riva ad osservare la grazia, la fluidità del movimento incessante: riuscite a vedere l’acqua che sale, l’acqua che scende? Che sensazioni provate? Per me è energia, e pace allo stesso tempo.

Pensiamo ora alla nostra vita.

sea-2588484_640I ritmi di alternanza sono fluidi come le onde del mare?
O assomigliano piuttosto a un mare in tempesta?
E’ un ritmo armonioso o sincopato?

Tornate ora alle vostre sensazioni: come vi sentite ora? Se provate una sensazione di fastidio, di irrequietezza, forse è arrivato il momento di prendervi una pausa di riposo…

Vi propongo un piccolo esercizio.

Sempre pensando alle onde del mare, chiudete gli occhi, rilassatevi, e portate l’attenzione al vostro respiro. Concentratevi sull’aria che entra e sull’aria che esce, in un moto fluido, scorrevole, rotondo, calmo come il mare in una sera d’estate. Sentite sulla pelle la carezza dell’acqua, del sole e di una brezza gentile. Sentitevi come una piccola onda. Sincronizzatevi  sul suo movimento, sincronizzatevi il respiro. Per qualche minuto.

Come vi sentite, adesso?

 

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Vorrei che andaste incontro al sole e al vento
con la pelle più che con il vestito
perchè il respiro della vita
è nella luce del sole
e la mano della vita è nel vento

(Kahil Gibran)

Si può vincere la pigrizia?

 

Nei due precedenti articoli, che potete trovare qui

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/06/flow-il-flusso-della-felicita/

e qui:

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/01/30/sbagliare-o-non-sbagliare-questo-e-il-problema/
ho parlato dell’importanza di non aver paura di sbagliare e della pienezza di vivere nel “flusso” e, di conseguenza, di quanto sia fondamentale agire.
Oggi vorrei affrontare un particolare atteggiamento che spesso ci ostacola: la pigrizia.

La pigrizia è un nemico subdolo, che spesso ci impedisce di realizzare chi siamo (e quindi anche la nostra felicità).

Certo, abbiamo tutti bisogno di una buona dose di ozio,  di prenderci una pausa dalla frenesia quotidiana. Spesso le idee migliori nascono proprio in questi momenti pigri, lenti, rilassati.
La vita è alternanza. Non possiamo vivere sempre di corsa e questo lo sperimentiamo tutti, e tutti i giorni, quando i troppi impegni, le troppe preoccupazioni, il troppo lavoro ci causa stress.

All’azione deve corrispondere il riposo. In questo il “non fare” è necessaria fonte di benessere.
Ma è vero anche il contrario: al riposo, all’inattività, deve corrispondere l’azione!

Nessuno si definirebbe pigro di propria spontanea volontà, ma vi siete mai chiesti qual è il vostro grado di pigrizia? – provate a soffermarvi su queste domande:

Quanto avete la tendenza a evitare problemi o conflitti?
Quanto siete accondiscendenti per “quieto vivere”?
Quanto tendete a rimandare (per poi magari dover correre)?
Avete letto mille articoli e libri di crescita personale, ne avete tratto spunti interessanti, ma sono restati pensieri astratti?
Quante volte vi scusate per non aver fatto qualcosa perché “tanto non serve a niente”?
O  vi aspettate che li problemi, l’amore, il lavoro, si risolvano con un tocco di bacchetta magica (se la trovate avvisatemi, grazie! 🙂 )?
Vi capita molto spesso di non uscire o di non fare qualcosa perché “costa fatica”?
Quante volte, più banalmente, vi capita di lasciare piatti da lavare nel lavandino (sperando che si lavino da soli….)?

Essere pigri non è solo restare sdraiati mollemente sul divano. E’ anche evitare di fare, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e dei propri risultati. Ecco perché essere pigri  pone dei veri e propri limiti alla vita di tutti i giorni.

La buona notizia e che è la pigrizia si può vincere.

Con due risorse importanti: che tutti noi abbiamo (magari si tratta solo di farle emergere e di..allenarle un po!)

1) Discernimente
Il discernimento è saper leggere, senza giudizio, ma onestamente, le proprie azioni. In questo caso è saper distinguere quando il “non fare” è per un legittimo bisogno di recuperare energia oppure vera e propria pigrizia.
Riconoscere la pigrizia, diventarne consapevoli, è il primo passo per superarla (senza cadere nell’errore opposto, l’iperattività fine a sé stessa.)

2) Non giudizio!
Se abbiamo riconosciuto degli ambiti in cui siamo particolarmente pigri, non colpevolizziamoci, non giudichiamoci, peggioreremmo le cose se ci facessimo “paralizzare” da sensi di colpa!

3) Volontà
La pigrizia nasce spessissimo da una volontà debole (e questo è un concetto fastidioso e difficile da digerire, lo so).
Ma la volontà si può allenare. Iniziando da piccole azioni quotidiane,
Chiediamoci: che cosa possiamo fare (di piccolo) ?
Iniziamo con un obiettivo piccolo, un passo per volta, ma concreto, realizzabile, chiaro e preciso. Un piccolo impegno che prendiamo con noi stessi, prima di tutto.

Ricordiamoci anche che “azione” non vuol dire affannarsi e correre in continuazione senza meta, senza senso, senza ragione 🙂
4) Chiedere aiuto
Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto: se ci sente ascoltati, capiti, incoraggiati, se c’è qualcuno che ci aiuta a fare chiarezza in noi stessi, qualsiasi compito diventa più leggero!
La seconda buona notizia è l’effetto moltiplicatore.
Sarete stupiti dal constatare di come, una volta messa al bando la pigrizia, sperimenterete da subito un aumento di energia, di positività di voglia di fare.

E paradossalmente, una volta che ci siamo messi in moto, sapremo apprezzare molto di più, e rendere utile, anche i (beati) momenti di puro ozio!

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È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.
Jerome K. Jerome 
 (Pensieri oziosi di un ozioso)

“Flow”: il flusso della felicità

Ci sono alcuni momenti in cui, più che in altri, ci sembra di toccare con mano la felicità.

Se vi chiedessi qual è un’immagine che collegate al concetto di felicità, magari può venirvi in mente una sdraio in una spiaggia caraibica, oppure un pigro pomeriggio alle terme, o ancora ascoltare musica rannicchiati nella propria poltrona preferita… e sono  tutte situazioni estremamente piacevoli e gratificanti (e auspicabili!).

Ma proviamo ora a chiedere a un musicista, a un poeta, a un ciclista che cosa è per loro la felicità.

musician-349790_640Per il musicista è quel particolare momento in cui sta componendo una canzone in cui le note sembrano uscire da sole e armonizzarsi meravigliosamente, in un flusso incessante e fluido, in cui il tempo non esiste, la vita quotidiana non esiste, non c’è fame, sete, pensiero fatica, disagio, che possa distrarre da questo stato di grazia, di ispirazione, di creatività.

Lo stesso è per il poeta, quando le parole si intrecciano tra loro come per magia, dipingendo immagini, creando versi.

O per il ciclista, quando diventa tutt’uno con la sua bici, con la strada, con il sentiero, con la sfida che affronta durante il percorso, con le salite e le discese e i sassi da evitare e il vento da rincorrere, quando le gambe “girano” con scioltezza e agilità, quando la fatica è solo parte del gioco.

Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha così sintetizzato questa particolare esperienza totalizzante:

“The best moments in our lives are not the passive, receptive, relaxing times… The best moments usually occur if a person’s body or mind is stretched to its limits in a voluntary effort to accomplish something difficult and worthwhile”.

Che tradotto (più o meno letteralmente) significa:

I momenti migliori della nostra vita non sono tempi passivi, ricettivi, rilassanti… I momenti migliori di solito si verificano se il corpo e la mente sono spinti ai loro limiti nello sforzo volontario di realizzare qualcosa di difficile e per cui ne valga la pena.

Csikszentmihalyi chiama “flow” questa particolare condizione in cui siamo talmente concentrati su ciò che stiamo facendo (che sia comporre una musica o correre una gara di mountain bike) tanto da perdere la cognizione del tempo, del luogo, forse anche dello spazio. Nella fase di flow si sperimenta una sorta di sensazione di abbandono, di dedizione totale a ciò che si sta facendo. Ci sente entusiasti, gratificati, positivi. Ci si percepisce in grado di superare la sfida con le nostre personali risorse.

La capacità di entrare “nel flusso” dipende molto dalla valutazione soggettiva che abbiamo sia della situazione che dobbiamo affrontare che delle nostre capacità. Se la sfida ci sembra eccessiva può nascere ansia, se la riteniamo troppo di basso profilo, o di routine può insorgere la noia. Se sfida e risorse sono ritenute coerenti, equilibrate, ci sono i presupposti giusti per entrare nel “flow”.

Un primo passo per essere felici è mettere al bando la pigrizia e l’indolenza. Bisogna saper dire sì alla vita e non solo quando le cose vanno bene, anzi forse a maggior ragione quando si presentano disagi, difficoltà, ostacoli: accettiamo la sfida!

Tra l’altro, una volta completata la sfida si sperimenta uno stato di pace che nasce dalla consapevolezza di essere stati in grado di utilizzare al meglio le nostre risorse. E si apprezzano maggiormente anche i momenti di ozio e di riposo.

Che poi, a mio parere, si può entrare “nel flusso” anche in situazioni non necessariamente attive: quante volte capita semplicemente osservando un tramonto o  un paesaggio mozzafiato.

Si può  imparare a sperimentare questa condizione di estrema concentrazione e fluidità anche la vita di tutti i giorni , anzi forse questa è LA vera sfida.

A me capita, ad esempio, quando scrivo, ma anche quando passeggio e guardandomi  intorno mi sembra di immergermi completamente nella natura; quando organizzo un viaggio; mi capita anche quando prendo tempo per me ed entro in contatto con il mio respiro; quando mi occupo di counseling e, quando proprio sono in stato di grazia, persino quando lavo i piatti!

Quali sono i momenti in cui vi sentite “nel flusso”?
Condivideteli nei commenti!

E se volete approfondire come il counseling, il respiro e la mindfulness possono aiutarvi, se volete iscrivervi alla newsletter, contattatemi:

bottegafelicitacounseling@outlook.it

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Dedicato ai musicisti, ai poeti, ai ciclisti e a chi ama la vita anche quando lava i piatti

Elena