Si può vincere la pigrizia?

 

Nei due precedenti articoli, che potete trovare qui

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/02/06/flow-il-flusso-della-felicita/

e qui:

http://labottegafelicita.myblog.it/2018/01/30/sbagliare-o-non-sbagliare-questo-e-il-problema/
ho parlato dell’importanza di non aver paura di sbagliare e della pienezza di vivere nel “flusso” e, di conseguenza, di quanto sia fondamentale agire.
Oggi vorrei affrontare un particolare atteggiamento che spesso ci ostacola: la pigrizia.

La pigrizia è un nemico subdolo, che spesso ci impedisce di realizzare chi siamo (e quindi anche la nostra felicità).

Certo, abbiamo tutti bisogno di una buona dose di ozio,  di prenderci una pausa dalla frenesia quotidiana. Spesso le idee migliori nascono proprio in questi momenti pigri, lenti, rilassati.
La vita è alternanza. Non possiamo vivere sempre di corsa e questo lo sperimentiamo tutti, e tutti i giorni, quando i troppi impegni, le troppe preoccupazioni, il troppo lavoro ci causa stress.

All’azione deve corrispondere il riposo. In questo il “non fare” è necessaria fonte di benessere.
Ma è vero anche il contrario: al riposo, all’inattività, deve corrispondere l’azione!

Nessuno si definirebbe pigro di propria spontanea volontà, ma vi siete mai chiesti qual è il vostro grado di pigrizia? – provate a soffermarvi su queste domande:

Quanto avete la tendenza a evitare problemi o conflitti?
Quanto siete accondiscendenti per “quieto vivere”?
Quanto tendete a rimandare (per poi magari dover correre)?
Avete letto mille articoli e libri di crescita personale, ne avete tratto spunti interessanti, ma sono restati pensieri astratti?
Quante volte vi scusate per non aver fatto qualcosa perché “tanto non serve a niente”?
O  vi aspettate che li problemi, l’amore, il lavoro, si risolvano con un tocco di bacchetta magica (se la trovate avvisatemi, grazie! 🙂 )?
Vi capita molto spesso di non uscire o di non fare qualcosa perché “costa fatica”?
Quante volte, più banalmente, vi capita di lasciare piatti da lavare nel lavandino (sperando che si lavino da soli….)?

Essere pigri non è solo restare sdraiati mollemente sul divano. E’ anche evitare di fare, di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e dei propri risultati. Ecco perché essere pigri  pone dei veri e propri limiti alla vita di tutti i giorni.

La buona notizia e che è la pigrizia si può vincere.

Con due risorse importanti: che tutti noi abbiamo (magari si tratta solo di farle emergere e di..allenarle un po!)

1) Discernimente
Il discernimento è saper leggere, senza giudizio, ma onestamente, le proprie azioni. In questo caso è saper distinguere quando il “non fare” è per un legittimo bisogno di recuperare energia oppure vera e propria pigrizia.
Riconoscere la pigrizia, diventarne consapevoli, è il primo passo per superarla (senza cadere nell’errore opposto, l’iperattività fine a sé stessa.)

2) Non giudizio!
Se abbiamo riconosciuto degli ambiti in cui siamo particolarmente pigri, non colpevolizziamoci, non giudichiamoci, peggioreremmo le cose se ci facessimo “paralizzare” da sensi di colpa!

3) Volontà
La pigrizia nasce spessissimo da una volontà debole (e questo è un concetto fastidioso e difficile da digerire, lo so).
Ma la volontà si può allenare. Iniziando da piccole azioni quotidiane,
Chiediamoci: che cosa possiamo fare (di piccolo) ?
Iniziamo con un obiettivo piccolo, un passo per volta, ma concreto, realizzabile, chiaro e preciso. Un piccolo impegno che prendiamo con noi stessi, prima di tutto.

Ricordiamoci anche che “azione” non vuol dire affannarsi e correre in continuazione senza meta, senza senso, senza ragione 🙂
4) Chiedere aiuto
Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto: se ci sente ascoltati, capiti, incoraggiati, se c’è qualcuno che ci aiuta a fare chiarezza in noi stessi, qualsiasi compito diventa più leggero!
La seconda buona notizia è l’effetto moltiplicatore.
Sarete stupiti dal constatare di come, una volta messa al bando la pigrizia, sperimenterete da subito un aumento di energia, di positività di voglia di fare.

E paradossalmente, una volta che ci siamo messi in moto, sapremo apprezzare molto di più, e rendere utile, anche i (beati) momenti di puro ozio!

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È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.
Jerome K. Jerome 
 (Pensieri oziosi di un ozioso)

“Flow”: il flusso della felicità

Ci sono alcuni momenti in cui, più che in altri, ci sembra di toccare con mano la felicità.

Se vi chiedessi qual è un’immagine che collegate al concetto di felicità, magari può venirvi in mente una sdraio in una spiaggia caraibica, oppure un pigro pomeriggio alle terme, o ancora ascoltare musica rannicchiati nella propria poltrona preferita… e sono  tutte situazioni estremamente piacevoli e gratificanti (e auspicabili!).

Ma proviamo ora a chiedere a un musicista, a un poeta, a un ciclista che cosa è per loro la felicità.

musician-349790_640Per il musicista è quel particolare momento in cui sta componendo una canzone in cui le note sembrano uscire da sole e armonizzarsi meravigliosamente, in un flusso incessante e fluido, in cui il tempo non esiste, la vita quotidiana non esiste, non c’è fame, sete, pensiero fatica, disagio, che possa distrarre da questo stato di grazia, di ispirazione, di creatività.

Lo stesso è per il poeta, quando le parole si intrecciano tra loro come per magia, dipingendo immagini, creando versi.

O per il ciclista, quando diventa tutt’uno con la sua bici, con la strada, con il sentiero, con la sfida che affronta durante il percorso, con le salite e le discese e i sassi da evitare e il vento da rincorrere, quando le gambe “girano” con scioltezza e agilità, quando la fatica è solo parte del gioco.

Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha così sintetizzato questa particolare esperienza totalizzante:

“The best moments in our lives are not the passive, receptive, relaxing times… The best moments usually occur if a person’s body or mind is stretched to its limits in a voluntary effort to accomplish something difficult and worthwhile”.

Che tradotto (più o meno letteralmente) significa:

I momenti migliori della nostra vita non sono tempi passivi, ricettivi, rilassanti… I momenti migliori di solito si verificano se il corpo e la mente sono spinti ai loro limiti nello sforzo volontario di realizzare qualcosa di difficile e per cui ne valga la pena.

Csikszentmihalyi chiama “flow” questa particolare condizione in cui siamo talmente concentrati su ciò che stiamo facendo (che sia comporre una musica o correre una gara di mountain bike) tanto da perdere la cognizione del tempo, del luogo, forse anche dello spazio. Nella fase di flow si sperimenta una sorta di sensazione di abbandono, di dedizione totale a ciò che si sta facendo. Ci sente entusiasti, gratificati, positivi. Ci si percepisce in grado di superare la sfida con le nostre personali risorse.

La capacità di entrare “nel flusso” dipende molto dalla valutazione soggettiva che abbiamo sia della situazione che dobbiamo affrontare che delle nostre capacità. Se la sfida ci sembra eccessiva può nascere ansia, se la riteniamo troppo di basso profilo, o di routine può insorgere la noia. Se sfida e risorse sono ritenute coerenti, equilibrate, ci sono i presupposti giusti per entrare nel “flow”.

Un primo passo per essere felici è mettere al bando la pigrizia e l’indolenza. Bisogna saper dire sì alla vita e non solo quando le cose vanno bene, anzi forse a maggior ragione quando si presentano disagi, difficoltà, ostacoli: accettiamo la sfida!

Tra l’altro, una volta completata la sfida si sperimenta uno stato di pace che nasce dalla consapevolezza di essere stati in grado di utilizzare al meglio le nostre risorse. E si apprezzano maggiormente anche i momenti di ozio e di riposo.

Che poi, a mio parere, si può entrare “nel flusso” anche in situazioni non necessariamente attive: quante volte capita semplicemente osservando un tramonto o  un paesaggio mozzafiato.

Si può  imparare a sperimentare questa condizione di estrema concentrazione e fluidità anche la vita di tutti i giorni , anzi forse questa è LA vera sfida.

A me capita, ad esempio, quando scrivo, ma anche quando passeggio e guardandomi  intorno mi sembra di immergermi completamente nella natura; quando organizzo un viaggio; mi capita anche quando prendo tempo per me ed entro in contatto con il mio respiro; quando mi occupo di counseling e, quando proprio sono in stato di grazia, persino quando lavo i piatti!

Quali sono i momenti in cui vi sentite “nel flusso”?
Condivideteli nei commenti!

E se volete approfondire come il counseling, il respiro e la mindfulness possono aiutarvi, se volete iscrivervi alla newsletter, contattatemi:

bottegafelicitacounseling@outlook.it

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Dedicato ai musicisti, ai poeti, ai ciclisti e a chi ama la vita anche quando lava i piatti

Elena

Sbagliare o non sbagliare? Questo è il problema…

Si sbaglia sempre. Si sbaglia per rabbia, per amore, per gelosia. Si sbaglia per imparare. Imparare a non ripetere mai certi sbagli. Si sbaglia per poter chiedere scusa, per poter ammettere di aver sbagliato.Si sbaglia per crescere e per maturare. Si sbaglia perché non si è perfetti, si è umani.”
 
Bob Marley  

Si dice che Edison abbia fatto quasi 2000 tentativi prima di mettere a punto la sua lampadina; eppure non ha mai mollato.

Michael Jordan sa elencare con precisione quasi ogni tiro sbagliato della sua lunga carriera, ogni partita persa, ogni tiro decisivo mancato. Ma considera ognuno di questi errori la base del suo successo.

error-3060993_640Mettiamoci pure l’anima in pace: sbagliare è inevitabile, prima o poi un errore lo commettiamo tutti. A scuola, a casa, nel lavoro, nelle relazioni, nella vita, praticamente nessun ambito della nostra esistenza ne è escluso. E se qualche errore è davvero minimo (una cena bruciata o immangiabile non è certo la fine del mondo) a volte commettiamo davvero sbagli clamorosi. Con conseguenze anche pesanti.

Ho letto di recente un bell’articolo di Frederick Franget sulla rivista “Mind” di LeScienze (gennaio 2018) proprio su questo argomento.

Franget si interroga sulle diverse modalità con cui si reagisce agli errori. Proviamo a pensarci. Come reagiamo, noi, di solito?

C’è chi generaliizza: non si limita cioè a riconoscere ciò che è solo UN errore, più o meno grave, ma si butta giù pensando “io sono sbagliato”. A scuola mi hanno insegnato bene l’uso del lessico, e quanto può fare la scelta delle parole che utilizziamo: c’è una bella differenza tra “io sono sbagliato” e “io ho sbagliato”! Il primo è un giudizio sulla persona, il secondo considera il comportamento: che cosa è più funzionale? Anche per rimediare all’errore commesso?

Poi c’è chi proprio non ammette errori: anche la più piccola sbavatura rispetto all’immagine perfetta di noi o di come dovrebbe essere la nostra vita si trasforma in una tragedia. Chiediamo troppo a noi stessi, ma se cercare di migliorare è sempre uno stimolo in più, tendere sempre alla perfezione in ogni campo può causare ansia. Si può arrivare ad essere sempre più ambiziosi, ma si può anche ottenere l’effetto opposto: per la paura di sbagliare possiamo paradossalmente diventare mediocri. Ovvero, tendere a obiettivi più modesti, ma più facilmente raggiungibili, rispetto alle nostre ambizioni, alle nostre capacità. Si riduce l’ansia, certo; per contro l’insoddisfazione è in agguato dietro l’angolo.
Se poi la stessa ansia da perfezione la proiettiamo anche sugli altri, quanto si complicano le nostre relazioni…

La paura di sbagliare può portare a un livello di insicurezza tale da spingere a un’eterna incertezza, paralizzante: per paura, alla fine, non si prendono decisioni. Oppure si procrastinano sino all’ultimo, quando proprio non se può fare a meno (e poi dobbiamo correre contro l’ulteriore tensione di non avere tempo sufficiente per farcela).

Chiaro: sbagliare non fa piacere a nessuno.

Però mistake-1966460_640gli errori fanno parte del nostro bagaglio. E cercare a tutti i costi di evitarli può portare a commettere errori ancora più clamorosi. A vivere di rimpianti. Ad accontentarsi. A non raccogliere mai le occasioni che ci si presentano, le sfide, le avventure.

Non dico che bisogna essere incoscienti. La paura è un istinto innato che serve anche a preservarci. Dico che ogni tanto dobbiamo avere coraggio ed osare di mettere il naso fuori dalla nostra zona di comfort e ..buttarci. Sapendo anche che possiamo sbagliare, ma che dai nostri errori avremo magari qualcosa da imparare.

Certo, se sbagliamo, dobbiamo prenderci anche la responsabilità che dai nostri errori deriva, anche se le conseguenze a volte possono essere spiacevoli, difficili (a volte persino imbarazzanti!).

Ma forse a volte, dopotutto, è meglio mancare il bersaglio piuttosto che restare sempre in panchina e non sbagliare mai.

Blue Monday? No, grazie… mi basta un comune lunedì!

In un calendario pieno normali lunedì, spesso già difficili da digerire, ci mancava soltanto che qualcuno si prendesse la briga di inventarsi un “Blue Monday”, ovvero il lunedì più triste dell’anno.

monday-1145495_640_FotorChe poi, a dirla tutta, pare che si tratti dell’ennesima bufala: la leggenda del “Blue Monday” è nata dalla campagna pubblicitaria di un’agenzia di viaggi inglese, creata ad hoc per promuovere settimane bianche e vacanze invernali. Per inciso, dal momento che è stato dimostrato che quando si è infelici si tende ad acquistare di più, si tratterebbe di una trovata un po’ perfida, ma in qualche modo persino geniale.

Eh si, già il lunedì non è esattamente quel che si dice il giorno più amato della settimana, ci mancava pure qualcuno pronto a ricordarci che è pure il lunedì più infelice dell’anno (le motivazioni: Natale è passato, il conto in banca si è svuotato, siamo tutti a dieta…)

Come sopravvivere a tale catastrofe?

Anche qui si trovano in giro consigli validissimi per stare bene: mangiare con calma, dedicare tempo a se stessi, non farsi prendere dallo stress, fare dello sport magari, bere tanta acqua, ma sono consigli validi in ogni caso.

Secondo me occorre invece accettare che è lunedì (blue o meno) e focalizzarsi sui risultati: c’è sempre una soluzione, anche per il Blue Monday.

fullsizeoutput_e58Quale?

Semplice: domani è martedì!

…..Bye bye Blue Monday!!

2018

Buon Anno!

Ho aspettato un po’, per gli auguri.
Ho atteso, un po’ perfidamente forse, il momento di passare dai buoni propositi all’azione.
Nel frattempo, del resto, eravamo in “buona” compagnia. Dappertutto sono infatti fioriti articoli su questi (benedetti) buoni propostiti: come farli, come non farli, è utile farli, è assolutamente inutile, vi cambieranno la vita, no, anzi, sono destinati a fallire in ogni caso. Come spesso accade, si trova il tutto e il contrario di tutto, e in ogni posizione c’è pure del vero.

Come siete messi con i vostri buoni propositi per l’anno nuovo (legittimi e anche auspicabili)?

E’ facile ritrovarsi persi nelle vecchie abitudini, vero?

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Mi sono sempre piaciuti i quaderni bianchi.
Mi eccita l’idea di scriverci parole nuove, in bella calligrafia,
Un mondo nuovo e nuovi percorsi.
Mi immagino di riempirlo di disegni colorati, e fotografie da incollare.

E mi irrita la prima cancellatura, il primo sgorbio mi demoralizza. Tutto diventa presto “normale”, perde l’odore di nuovo per assumere quello della consuetudine.

E’ un po’ così anche l’anno nuovo.

Per questo vi auguro un quaderno nuovo, e una pagina nuova per ogni giorno di quest’anno.  E vi auguro il coraggio di scrivere parole nuove.

Sì, vi auguro coraggio.
Il coraggio, magari, di buttare all’aria i buoni propositi che avete fatto per l’anno nuovo, per seguirne anche soltanto uno, quello che vi emoziona, che vi fa battere il cuore.
Il coraggio di essere la goccia che fa traboccare il vaso, se vi permette di uscire dai vostri confini.
Coraggio di desiderare.
Coraggio di sognare, di sperare, di non mollare, di essere tenaci e flessibili.
Coraggio di sbagliare, per poi ricominciare.
Coraggio di avere paura, per poterla superare.
Coraggio di arrabbiarsi, per poi cambiare. Il coraggio di urlare al vento, il coraggio di amare. Il coraggio di lasciar andare,

Coraggio di dire di sì,  di dire di no, e di cambiare idea se lo si desidera.
Coraggio di viaggiare, per non fermarsi mai
Coraggio di stupirsi, di essere grati, di sapersi commuovere.
Coraggio di essere gentili

Coraggio di accettare di essere, talvolta, anche infelici. Trovando anche nei momenti di buio  il seme per costruire

il coraggio di essere felici

 

Buon (coraggioso) 2018!

Elena

Natale e felicità.

Non sempre Natale coincide con felicità.

Nel  mio caso, mi sono accorta che capita quando c’è qualcosa che stride con l’immagine di ciò che vorrei trovare a Natale. E’ così un po’ per tutti. Ci aspettiamo un momento di serenità (e ci ritroviamo  invece a navigare in un mare di guai); vorremmo affetto e condivisioni  (e invece si acuisce magari il senso di solitudine)… ed ecco che tutto lo spirito natalizio si disintegra in un nanosecondo.

Come sopravvivere al Natale, in questo caso?

Fermandosi. Respirando, Godendo pienamente attimo per attimo ciò che di buono questa giornata ci dona. E se proprio proprio ciò non è possibile, cerchiamo di ritagliarci in questo periodo un giorno, o anche solo qualche ora, non necessariamente a Natale, da dedicare a noi stessi.  Veramente a noi stessi.

Per ritrovare la nostra pace

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Tempo per noi, per poterci fermarci un attimo: il mio augurio per un Buon Natale!

 

 

La leggerezza del calabrone

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare.

Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.
(Igor’ Ivanovič Sikorskij)

Spiace dirlo, ma sembra sia una bufala, quella che i calabroni non possano volare. Sono in molti ad aver confutato questa tesi, in vari modi, logici e sensati. Qualcuno si è addirittura indignato perché –ma insomma!– non si tratta del calabrone, bensì del bombo!

Ciò che più infastidisce in questa frase, è la cosa più interessante: non tutto è spiegabile razionalmente. A volte credere, andare oltre le teorie codificate, fidarsi del proprio istinto, permette di superare i propri limiti, i propri confini.

Quante volte è capitato di incontrare qualcuno che ci ha detto, o ci siamo autoconvinti, che una certa cosa è impossibile o che non abbiamo abbastanza talento o abilità per potercela fare. Eppure, le più grandi scoperte, le più grandi invenzioni, i record sportivi sono stati realizzati grazie a persone che sono andate oltre al possibile.

Parliamo anche di felicità: quante volte ci è stato insegnato viviamo in un mondo fatto di sofferenza, sacrificio, dolore? Vero, innegabilmente. Ma non può essere solo questo, anche se a volte la vita ci propone lezioni ed esperienze davvero difficili, totalizzanti, in cui guardare oltre sembra impossibile.

Dobbiamo imparare la leggerezza dei calabroni (pardon, dei bombi), dimenticare chi ci vuole ancorare a terra, e imparare a volare.

(Ri)trovarebee-705412_640 le proprie “ali” si può, magari con un po’ di allenamento (e in questo il counseling può essere di grande aiuto).

I bombi volano, nonostante gli autorevoli testi di tecnica aeronautica. E, volando,  possono anche risultare un po’ fastidiosi per gli esseri umani, per il loro ronzio incassante; a volte magari pungono pure, ma non importa. Per fortuna se ne infischiano delle teorie: sono tra gli insetti impollinatori più importanti.

Sono, in altre parole, portatori di vita, come dovrebbe essere ognuno di noi.

Sì, sto proprio augurando a tutti di essere un po’ più… bombi!

Le persone che cambiano il mondo

Oggi vi voglio proporre una poesia che non parla direttamente di felicità… ma quasi. Spesso infatti sono le piccole cose di tutti i giorni, se fatte  con piacere, con intenzione, con cura, con passione, ad avvicinarci alla felicità.

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud silenziosamente giocano a scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

Mi piace il senso di quieta felicità che traspare da questi versi.

Forse pensiamo che siano gli eroi, quelli che cambiano il mondo, e sicuramente è così. Ma  tutti,  nella nostra quotidianità, possiamo essere un po’ eroi. C’è sempre qualcosa che possiamo fare per migliorare la nostra vita, e quella di tutti. Non è retorica, è un concetto reale e concreto, anche se non sempre semplice: eppure la poesia di Borges ci offre uno spunto importante, una traccia da seguire.

Sono i momenti vissuti in modo pieno, attento, quieto e sereno (…felice?) quelli che fanno la differenza, che danno un senso alle nostre giornate.

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13 Novembre: Giornata mondiale della Gentilezza

Il 13 novembre si celebra la giornata mondiale della gentilezza.

E gentilezza e felicità vanno di pari passo.

Vi è mai capitato, infatti, di sentirvi improvvisamente felici per un gesto di gentilezza, magari inaspettato? A me sì, molto spesso. E quindi, ricambiate, ricambiate a piene mani e di gusto, non solo oggi, ma ogni giorno. Spesso un semplice gesto, un grazie, un sorriso, fanno la differenza.

C’è una frase famosa che circola già da un po’, ma che mi piace molto e che vi riporto volentieri:

“Praticate atti di gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”            (Anne Herbert)

E’ un po’ l’essenza della gentilezza: Non c’è bisogno che ci sia un senso, un motivo, tanto meno un tornaconto per essere gentili. Dispensare gentilezza a casaccio ogni volta che riusciamo, sarebbe una rivoluzione. E dunque, cerchiamo di essere gentili  con gli altri, gentili con la natura,  gentili con noi stessi!

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Perché la gentilezza rassicura, riscalda, unisce.

La gentilezza celebra:  le relazioni, la natura, la vita.

 

Cercare o smettere di cercare?

Mi scrive una lettrice (che ringrazio per avermi contattato: e sì, è un invito a scrivermi i vostri pareri e le vostre impressioni!) contestandomi l’idea che la felicità vada cercata: per lei la felicità è qualcosa che arriva, specialmente quando non la si aspetta.  Non dipende da noi. Quindi, paradossalmente, meno la cerchiamo e più felicità arriva.

Vero. E falso allo stesso tempo.

E’ vero che accanirsi non porta la felicità, anzi, se diventa un’ossessione l’idea di essere felici porta all’esatto opposto, come tutte le volte che ci attacchiamo troppo a un’idea rischiamo di perderne di vista la sua stessa essenza. Del resto persino Buddha ci ricorda che non esiste una vita priva di sofferenze…e se lo dice lui…

Però possiamo scegliere, almeno nella maggior parte dei casi, sicuramente quando dipende da noi, quanto meno di non essere infelici: e non è poco.

Per tornare al viaggio: diciamo che  il viaggio alla ricerca della felicità non può essere…  una crociera, che per quanto bellissima, se vista come ricerca continua e ossessiva del divertimento, alla lunga stancherebbe e forse annoierebbe persino.

Piuttosto,  la ricerca della felicità è come una passeggiata in montagna: sentieri nel bosco che rasserenano, radure in cui correre a perdifiato, erba da annusare, fiumi da attraversare, sassi e fiori… Discese, ma anche salite, scivolate, ostacoli. Si cade e ci si rialza. Ci si stanca e a volte si riposa (e si mangia cioccolato per ritemprarsi!) … per arrivare alla fine e sentirsi in cima al mondo, circondati dal cielo!

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Eh, sì.

La felicità è quel senso (intimo e infinito) di far parte del tutto.