13 Novembre: Giornata mondiale della Gentilezza

Il 13 novembre si celebra la giornata mondiale della gentilezza.

E gentilezza e felicità vanno di pari passo.

Vi è mai capitato, infatti, di sentirvi improvvisamente felici per un gesto di gentilezza, magari inaspettato? A me sì, molto spesso. E quindi, ricambiate, ricambiate a piene mani e di gusto, non solo oggi, ma ogni giorno. Spesso un semplice gesto, un grazie, un sorriso, fanno la differenza.

C’è una frase famosa che circola già da un po’, ma che mi piace molto e che vi riporto volentieri:

“Praticate atti di gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”            (Anne Herbert)

E’ un po’ l’essenza della gentilezza: Non c’è bisogno che ci sia un senso, un motivo, tanto meno un tornaconto per essere gentili. Dispensare gentilezza a casaccio ogni volta che riusciamo, sarebbe una rivoluzione. E dunque, cerchiamo di essere gentili  con gli altri, gentili con la natura,  gentili con noi stessi!

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Perché la gentilezza rassicura, riscalda, unisce.

La gentilezza celebra:  le relazioni, la natura, la vita.

 

Cercare o smettere di cercare?

Mi scrive una lettrice (che ringrazio per avermi contattato: e sì, è un invito a scrivermi i vostri pareri e le vostre impressioni!) contestandomi l’idea che la felicità vada cercata: per lei la felicità è qualcosa che arriva, specialmente quando non la si aspetta.  Non dipende da noi. Quindi, paradossalmente, meno la cerchiamo e più felicità arriva.

Vero. E falso allo stesso tempo.

E’ vero che accanirsi non porta la felicità, anzi, se diventa un’ossessione l’idea di essere felici porta all’esatto opposto, come tutte le volte che ci attacchiamo troppo a un’idea rischiamo di perderne di vista la sua stessa essenza. Del resto persino Buddha ci ricorda che non esiste una vita priva di sofferenze…e se lo dice lui…

Però possiamo scegliere, almeno nella maggior parte dei casi, sicuramente quando dipende da noi, quanto meno di non essere infelici: e non è poco.

Per tornare al viaggio: diciamo che  il viaggio alla ricerca della felicità non può essere…  una crociera, che per quanto bellissima, se vista come ricerca continua e ossessiva del divertimento, alla lunga stancherebbe e forse annoierebbe persino.

Piuttosto,  la ricerca della felicità è come una passeggiata in montagna: sentieri nel bosco che rasserenano, radure in cui correre a perdifiato, erba da annusare, fiumi da attraversare, sassi e fiori… Discese, ma anche salite, scivolate, ostacoli. Si cade e ci si rialza. Ci si stanca e a volte si riposa (e si mangia cioccolato per ritemprarsi!) … per arrivare alla fine e sentirsi in cima al mondo, circondati dal cielo!

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Eh, sì.

La felicità è quel senso (intimo e infinito) di far parte del tutto.

Il viaggio: il primo passo dipende da noi!

Verso l’infinito e oltre!
(Buzz Lightyear da Toys’ Story)

Spesso e volentieri siamo noi stessi l’ostacolo più grande alla ricerca e alla costruzione della nostra felicità.

Non ci autorizziamo ad essere felici. 

Capita che, a volte, ci portiamo sulle spalle un’educazione per cui prendersi del tempo per noi stessi è considerato egoismo, non parliamo poi dell’essere felici!
Cresciamo all’ombra del comandamento “prima il dovere e poi il piacere”, in cui il dovere alla fine tende sempre a prevalere, anche oltre al comune senso di responsabilità (non per niente lo stress è uno dei mali maggiori della nostra società!)

In quest’ottica diventa proprio difficile sapere dire di no.

Talvolta siamo talmente abituati ad anteporre i bisogni degli altri ai nostri, o a paludarci dietro bisogni esteriori, superficiali che non sappiamo più nemmeno che cosa vogliamo, che cosa ci farebbe stare meglio. Ci sentiamo persino egoisti al solo pensiero di avere NOI bisogno di qualcosa!

Eppure, tutti abbiamo i nostri bisogni da soddisfare, necessari per la nostra sopravvivenza e per la nostra evoluzione, da quelli indispensabili per la nostra stessa sopravvivenza fisica (fame, sete…) ai bisogni di sicurezza, di appartenenza, di successo, di realizzazione di sé.

Ed è’ importante comprendere questi nostri bisogni, le nostre aspettative, i nostri desideri o aspirazioni più profondi, veri, autentici. Il bisogno è una mancanza che noi percepiamo, che ci porta disagio, ed è anche la molla che ci spinge ad agire. Ci muoviamo in una direzione, e quella direzione è determinata anche dai nostri bisogni.

Negarli è deleterio, causa stress, insoddisfazione, repressione, ansia.

Riconoscerli, soddisfarli, non è egoismo, è prendersi cura di sé e solo in questo modo potremmo prenderci cura anche degli altri!

Certo, a volte confondiamo felicità con  la ricerca del piacere a tutti i costi e questo  ci può sopraffare e spingere verso direzioni se non sbagliate, quanto meno poco funzionali: cerchiamo scorciatoie per essere felici, e il mondo ne è pieno: alcol, droghe, pornografia, persino la tv, i social, il cibo… Ma questa non è felicità! Veniamo bombardati continuamente da stimoli che alla lunga ci allontanano da noi stessi. Non dimentichiamo mai che solo rispettando noi stessi possiamo imparare a riconoscere e a rispettare anche il mondo in cui viviamo e la gente che ci circonda.

Eppure spesso non sappiamo leggere i nostri bisogni, pensiamo di non averne, oppure ci aspettiamo che siano gli altri a soddisfarli…

Neheart-1998051_640lla mia ricerca, mi sono imbattuta in un metodo piuttosto curioso per entrare in contatto con i propri bisogni, proposto da Igor Sibaldi: la tecnica dei 101 desideri. Questa tecnica consiste, brevemente, nello stilare una lista di 150 desideri per poterne poi estrapolarne 101. Al di là della promessa, quasi cabalistica, di vedere realizzati alla fine questi desideri, scrivere questa lista mette obbligatoriamente a contatto con i propri bisogni, sogni, desideri, aspettative. 150 desideri è un numero enorme: ma, promette Sibaldi, se si insiste, con questa tecnica cambia il modo con cui si osserva il mondo, offrendo una maggior percezione dei propri bisogni, non solo materiali, e anche delle opportunità che ci si presentano. Soprattutto ci si allena a chiedere, e all’idea di ricevere. Se non abbiamo percezione dei nostri bisogni, infatti, spesso è proprio perché, per educazione magari, non ci autorizziamo o non siamo abituati a ricevere.

A prescindere da tecniche più o meno esoteriche o sofisticate, abituarsi a scrivere, di getto, senza pensare, lasciando emergere tutte, ma proprio tutto ciò che ci attraversa la mente, senza censure, è un potentissimo strumento di scoperta di sé stessi. Anche per scoprire i nostri bisogni.

Provate!
Che cosa è emerso?
E’ stato facile o difficile?
Siete stupiti del risultato ottenuto?

Fatemi sapere!

Il Viaggio. Perché partire, perché (spesso) restiamo.

IIn teoria, a pensarci bene e razionalmente, è tutto molto facile.
Se ti chiedessero, infatti, se scegliere di essere felice oppure no, sfido chiunque a scegliere il “no”.
Ma è sempre così?

 

La zona di comfort.

Tutti noi abbiamo un ambiente (inteso magari anche come serie di abitudini, di situazioni), fullsizeoutput_e2bin cui ci sentiamo particolarmente a nostro agio.
“Zona di comfort” è un termine morbido, piacevole, solo il nome ci rilassa.
Ebbene, ancora una volta le apparenze ingannano.

Per “zona di comfort”  intendo quella sorta di territorio in cui riusciamo a muoverci sentendoci sufficientemente sicuri e a nostro agio. E viviamo tutti in molte zone di confort: nelle nostre relazioni, nel posto di lavoro, anche con riguardo alla nostra salute e al nostro benessere. La zona di comfort nasce e si sviluppa in base alle nostre esperienze, alle nostre convinzioni e si traduce spesso in sicurezza e abitudini.

Il vantaggio è che siamo, o ci sentiamo, al riparo dai rischi, al sicuro, Il posto dove sappiamo con ragionevole certezza le conseguenze delle nostre azioni.
Lo svantaggio è che spesso, proprio per questa sicurezza che ci garantisce, non vogliamo uscirne. Anche se, magari improvvisamente, questa zona è diventata troppo “stretta” per noi.

Attenzione, ben vengano le zone di comfort, ci mancherebbe, è indispensabile avere un rifugio dove trovare sicurezza e certezze.

Il problema nasce quando la zona di comfort diventa una trappola, quando non vogliamo uscirne: e, fondamentalmente, questo capita per paura.

E allora, magari, restiamo intrappolati in relazioni sbagliate perché abbiamo paura della solitudine. Oppure ci trasciniamo ogni mattina a un lavoro che odiamo perché abbiamo paura di restare senza mezzi di sostentamento. Oppure non cerchiamo di fare carriera perché abbiamo paura di non essere all’altezza. Non facciamo qualcosa che ci piace o che ci farebbe star bene perché abbiamo paura del giudizio degli altri… potrei scrivere un papiro sulle paure più comuni, tutti ne abbiamo, chi più chi meno.

Abbiamo paura, spesso, del cambiamento.
Ma la vita stessa è cambiamento, e non si può non cambiare, cambiamo ogni secondo, ogni istante non è uguale a quello precedente!

La resistenza al cambiamento per molti è quasi nel DNA: quante volte i nostri nonni, i nostri genitori, i nostri maestri  ci hanno detto “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non quel che trova”.

Vero, verissimo, e del resto, un po’ di sano pragmatismo e razionalità,  anche un pizzico di prudenza, non guasta. Ma qui non si tratta di essere avventati. Si tratta di riconoscersi il diritto di essere felici. O almeno di provare ad esserlo, di stare meglio.

E dobbiamo smetterla di pensare che la nostra felicità ci piova a caso giù dal cielo (a volte capita, sì, ma si tratta di momenti rari e illuminati!)

Diceva Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

A volte basta un piccolo gesto per uscire da una comfort zone che si sta trasformando in trappola. Non è necessario partire con grandi imprese.

Innanzitutto, riconosciamole con onestà, queste zone, senza giudicarle e sopratutto senza giudicarci. Accettiamo la loro esistenza. Spesso sono state conquistate con fatica e ci hanno protetto, solo sono diventate strette.

Quando cresciamo, cresce anche il piede e non possiamo pretendere di portare sempre le stesse scarpe, anche se fino a ieri erano perfette!

Questo è il primo passo: vedere le cose, dare un nome, riconoscere. Una volta volta fatto questo, identifichiamo una piccola cosa che possiamo fare per stare meglio.

E…facciamola!

Perché, come disse il venerabile filosofo cinese Lao Zi:i

 “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo.”

Basta poco….

In fondo, non è successo niente.

E’ solo capitato, come talvolta accade a chiunque, di essermi alzata “con il piede sbagliato”: troppi pensieri per la testa, un po’ di preoccupazione, qualche problema da risolvere,  la lista delle cose da fare che incombeva come un macigno… e, per questo, un peso sullo stomaco e la mente chiusa a riccio sui miei guai.

Poi ho guardafullsizeoutput_df0to fuori dalla finestra, e ho visto una calda luce autunnale illuminare l’ultima fioritura dell’anno, accendendola di un rosso tenue. E ciò che ho visto mi è sembrata così invitante, così dolce, così bello che mi sono resa conto che con il mio stato d’animo negativo, semplicemente, rischiavo di perdere questa piacevolezza inaspettata.

Allora ho fatto pochi, piccoli esercizi per aprire il respiro, e ho respirato a fondo: tre, cinque respiri profondi e pieni e la prospettiva è cambiata.

Intendiamoci: i pensieri, i problemi, la lista delle cose da fare sono ancora lì che mi aspettano.
Ma hanno perso gran parte del loro potere.

Perché mi sono accorta di un piccolo raggio d luce e, accogliendolo, ho lasciato il sole entrare nella mia mattina.

 

 

 

 

 

p.s. e la giornata mi ha regalato poi momenti bellissimi… e pochi problemi 🙂

Un nuovo traguardo

Oggi voglio  condividere con voi un altro traguardo raggiunto quest’anno: ieri ho superato l’esame e sono diventata Maestra di Reiki.
Ma che cos’è reiki?316px-Reiki-old-style.svg

Il nome REiKI evoca l’unione tra l’energia universale (REI) e quella individuale (CHI): c’è chi vede la sua applicazione pratica come una tecnica, per me è piuttosto un’arte: l’arte di vivere in modo pieno, consapevole e coerente;  l’arte di riequilibrare l’energia che scorre in tutti i noi.
L’ideogramma reiki rappresenta proprio questo: l’energia universale  scende verso la terra e viene raccolta dagli uomini che si rendono disponibili ad accoglierla e a diffonderla, per risalire poi in un moto fluido e continuo verso il cielo, lasciando in dono un piccolo chicco di riso, nutrimento per la nostra crescita personale.
Reiki è prima di tutto uno stile di vita, basato su 5 precetti:

Solo per oggi

non ti arrabbiare

non ti preoccupare

Lavora diligentemente

Onora i tuoi genitori

Sii grato

Spesso in un trattamento reiki si può sperimentare lo scorrere dell’energia e un grande senso di rilassamento.

Proprio per questa sua prerogativa di portare benessere e vitalità, REIKI è considerato un metodo di guarigione alternativo, riconosciuto e praticato anche in alcuni ospedali, nel mondo e in Italia.

Il suo fondatore, Usui, un monaco giapponese vissuto tra il 1800 e i primi anni del ‘900, ha definito REIKI come:

“L’arte di invitare la felicità, la medicina spirituale per tutte le malattie”

Ci sta, no? in quest’ottica il mio diploma diventa un altro passo di questo lungo viaggio verso la felicità.

 

Felicità è…. una piccola tazzina di caffè caldo

A volte ci sembra che la felicità debba essere per forza qualcosa di grandioso, al di fuori della nostra portata, qualcosa di esaltante, eclatante, enorme. Qualcosa, insomma, che ci lasci senza fiato.

Rischiamo così di dimenticarci di assaporare la vita, restando indifferenti a quelle piccole scintille di felicità che ogni giorno ci offre.

Anche nei piccoli gesti quotidiani.

Per esempio: il caffè al bar.
Come lo bevete?
Magari “alla milanese”: in piedi, in fretta, schiacciati dagli altri avventori, con la testa già fuori dal locale, già presi dal prossimo impegno, ustionando  lingua ed esofago in un sol colpo…
Oppure sorseggiandolo di straforo, leggendo il giornale.
O ancora si perde nei pettegolezzi con gli amici, con gli altri avventori, o anneghiamo nel caffè, distratti, i nostri pensieri…

Oppure…

Oppure, iniziamo a pregustare la nostra tazzina già durante l’attesa, osservando i gesti esperti del barista.
Ammiriamo il cuoricino che ha disegnato sulla schiuma.
Con le mani circondiamo la tazzina per raccoglierne il calore.
Respiriamo l’aroma intenso e pungente.
Assaggiamo per prima cosa la schiuma candida, rassicurante, magari arricchita di una spruzzatina di cacao o di cannella che rallegra i nostri sensi. Ne assaporiamo piano la sua infinita morbidezza.
Con cura versiamo lo zucchero, mescolando bene e il rumore del cucchiaino contro la tazza si trasforma in musica.
E finalmente beviamo il nostro caffè, pronti a godere del suo calore e del suo sapore.

Anche questa è  felicità!

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P.s. tutto ciò si può chiamare anche “mindfulness”, e ne riparleremo.

Il volo dell’Aquila

Ho scritto. l’altro giorno, dell’inizio del viaggio. Che cosa ci spinge? Qual è la molla che ci fa decidere, magari di punto in bianco, a affrontare strade ignote, cambiamenti, angoli oscuri e incognite?

E mi è venuto in mente una cosa che ho scritto qualche anno fa. Il mio viaggio era già cominciato, ma iniziava solo in quel momento a prendere forma… mi sembra giusto riportarlo qui, dove si parla di pietre miliari e di punti di partenza.

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“Vedi, ogni cambiamento comporta abbandonare qualcosa, ma a volte è necessario” – mi hai detto. “Ma tu: cosa faresti, se fossi certa che qualunque sia la scelta non sbaglieresti?”

Io…
Prenderei la sabbia tra le mani,
filtrandola al vento
Accarezzerei terre umide di primavera,
respirandone l’odore vitale.
Camminerei a piedi nudi
Su prati morbidi e pungenti,
Sino a scorgere una strada, lunga e tortuosa.
La seguirei, curiosa,
Percorrerei a ritroso la scala del tempo
Per risalirla ancora a modo mio.
Sosterei a tratti su panorami immensi,
Cercandone il riflesso
nei tuoi occhi
osserverei un’aquila volare
Immaginando di osservare il mondo
Dal suo punto di vista
E cercherei un piccolo punto
Racchiuso tra quell’attimo infinito
Perso tra il sempre e il mai.

Tra il sempre e il mai
perderei la mente in incognite ipotesi
Ritornerei al mare
dove l’onda ancheggia
Assecondando lenta la marea.
Ritornerei per trovarti cambiato
Mentre tutto è rimasto così immobile
Da sembrare coperto
Da patine di polvere antica

E rivedendo paesaggi consueti
capirei, è solo lo sguardo che muta,
non il mondo,
e in questa fissità tutto cambia.

Tra il sempre e il mai.
Raccoglierei occasioni
Scapperei forse, ma,
Non più fuga,
la strada diventerebbe direzione,
Guidando i miei passi,
Cancellando impronte appena impresse.
Diventerei invisibile.
Allungherei la mano e sbriciolerei
Frammenti di asfalto
incoerente e friabile
Respirando aria immobile
Di polvere e sabbia
e quel ricciolo di vento, inatteso, ribelle,
Lo guarderei giocare con l’erba.
Osserverei i disegni del sole sul lago.
Allungherei ancora la mano stringendo
Piccoli nastri di acqua scura.

Tra il sempre e il mai
Sosterei prima di notte,
Alzerei gli occhi contando le stelle
E la luna, strana compagna,
A lei racconterei forse
Bizzarre confidenze che non mi sono mai detta.
Cercando di capire,
Se solo ne avessi voglia,
La solitudine che provo ora.
Tra il sempre e il mai
Amerei
Godendo di ogni ombra e di ogni luce
Andrei avanti senza orgoglio né paura
Perché altro non so più fare
Perché
Tra il sempre e il mai
scorre la vita

E cercherei
noi
in quel minuscolo punto,
dipinto all’orizzonte.

(n.b. pubblicato anche altrove, ma pur sempre mio)

Dove comincia il viaggio

E qui dunque inizia per davvero il viaggio alla ricerca della felicità.
Ok, ok, lo so: come metafora  ricerca della felicità =  viaggio non è un granché originale, ma tant’è: ogni percorso, ogni esplorazione, ogni ricerca in fondo lo è.
Mi viene del resto molto facile pensarlo, sarà perché, personalmente, viaggiare mi rende felice?

Un viaggio, dunque.
Che cosa ci spinge a viaggiare verso la felicità, spesso senza nemmeno frog-897418_640sapere di che cosa si tratta veramente, senza sapere dove questo viaggio ci porterà?

Può essere curiosità.
Il sale di ogni viaggio, l’ingrediente fondamentale di ogni ogni scoperta, una piccola scintilla che ci permette di aprire occhi, mente e cuore sul mondo.

Può essere fuga.
Quante volte ci sentiamo in gabbia, oppressi, troppo presi da pensieri, problemi, preoccupazioni, dolori e avremmo solo voglia di essere…altrove, non importa nemmeno dove, basta essere altrove…

Può anche essere noia.
La noia ci uccide, ma a volte ci salva. Se la sappiamo prendere come un campanello che ci spinge a uscire dalla nostra zona di confort e cercare nuove ispirazioni, nuove idee, a rinfrescare la nostra vita, le nostre abitudini, a respirare aria fresca e nuova.

Può essere disperazione.
Quando ci sembra di aver raggiunto il fondo e ci troviamo davanti a un bivio: lasciarci andare oppure metterci in viaggio.

Può essere insofferenza:  quando  siamo semplicemente stufi  di sentirci sempre un po’ tristi, demotivati, depressi, stanchi, senza energie..

Può essere irrequietezza.

Può essere la voglia di andare per il semplice gusto di muoversi.

Può essere il gusto della scoperta: la ricerca di nuove visuali, di nuovi orizzonti.

Può essere un mix di tutto questo e di altro ancora.
Non importa, anche se conoscere cli nostre motivazioni può essere un buon punto di partenza.

Ci avete mai pensato?
Che cosa vi spinge alla ricerca della felicità?
Provate a rispondere, di getto, senza pensarci troppo, magari scrivendo che cosa viene fuori.
Poi rileggete ciò che avete scritto: e se è emerso qualcosa di particolarmente significativo, se volete, scrivetelo nei commenti.